VINCENZO SAMMARTANO – C’era una volta il ministro della Difesa italiano che rimase bloccato a Dubai mentre nel Golfo esplodeva una crisi militare. Il governo italiano con tanto di intelligence, scopriva l’operazione dei suoi alleati solo quando l’attacco era già iniziato.
Questo non è solo un incidente logistico. Non è l’inizio di una storiella. È un’immagine del peso della politica estera italiana.
Guido Crosetto si trova negli Emirati Arabi quando la tensione con l’Iran esplode. La regione entra in allerta e il ministro resta fermo lì. Nel frattempo a Roma il governo apprende dell’offensiva congiunta di Stati Uniti e Israele contro obiettivi iraniani praticamente mentre è già in corso. Non prima. Non con una telefonata preventiva. Non con una consultazione. Come qualsiasi cittadino che legge le notizie dell’Ansa.
Lo ha detto apertamente il vicepremier Matteo Salvini: l’Italia sarebbe stata informata “ad attacco cominciato”.
In politica estera questo non è un dettaglio. È un indicatore. Misura il grado di considerazione che gli alleati riservano a un Paese e porta a una domanda scomoda: quale peso ha oggi l’Italia nello scacchiere internazionale?
Negli ultimi anni il governo guidato da Giorgia Meloni ha costruito la propria politica estera su un allineamento quasi totale alle posizioni di Washington, rivendicato come prova di affidabilità atlantica. Ma l’affidabilità dovrebbe essere reciproca: gli alleati si consultano, si informano, si parlano prima.
Se davvero Roma è stata avvisata quando l’operazione era già partita, allora il problema non è solo l’attacco. È il silenzio prima dell’attacco.
Le conseguenze non sono solo simboliche. La risposta iraniana ha colpito obiettivi israeliani e installazioni militari nell’area del Golfo, inclusi Paesi che ospitano basi statunitensi. Tra questi il Kuwait, dove è presente una base con circa 300 militari italiani. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha dichiarato che la struttura è stata attaccata ma che tutti i soldati risultano illesi.
Una buona notizia, certo. Ma resta la domanda: possibile che un Paese con soldati nell’area venga informato dell’operazione solo mentre è già in corso?
In questo contesto alcune dichiarazioni della maggioranza suonano quasi irreali. Salvini parla di “anno della pace grazie a Trump e al nuovo Papa”. Meloni ha sostenuto che Trump meriterebbe il Nobel per la pace.
Poi la realtà irrompe: un attacco militare che rischia di incendiare il Medio Oriente e un alleato storico come l’Italia che lo scopre a operazione avviata.
Resta così l’immagine finale: il ministro della Difesa fermo a Dubai mentre una base con militari italiani viene colpita e il governo prova a ricostruire gli eventi a posteriori.
Se non fosse tutto tremendamente serio, ci sarebbe davvero da ridere. Ma purtroppo non è una commedia. È la fotografia del peso dell’Italia oggi.
Giorgia Meloni, Antonio Tajani e Matteo Salvini sono già entrati, loro malgrado, nella storia dell’inadeguatezza istituzionale e politica.




















































