venerdì , 26 Febbraio 2021

Il Castello delle Uova firma con Seahorse Recordings di Paolo Messere. Intervista alla band

Il Castello delle Uova, band post-prog con base a Marsala (TP), ha firmato con l’etichetta Seahorse Recording per la stampa in CD dell’ultimo lavoro in studio “L’enigma del capitale”. Il disco verrà distribuito da Audioglobe. L’etichetta, capitanata da Paolo Messere (ex Ulan Bator, ex Silken Barb e mastemind dei Blessed Child Opera) è una delle più attive nel panorama indipendente italiano e ha lanciato tanti gruppi della scena alternative, indie rock, post rock, new folk. Il gruppo, formato da Abele Gallo, Pietro Li Causi, Benny Marano, Ambra Rinaldo e Salvatore Sinatra, aveva già diffuso online il disco su varie piattaforme nel maggio scorso, in occasione della ricorrenza dei bombardamenti di Marsala dell’11 maggio del 1943, in ricordo delle vittime. L’album tratta molti temi, uno su tutti il trauma post-bellico di quegli anni ma anche l’uccisione del sindacalista Vito Pipitone, la crisi economica del 2008 e la scia di catastrofi umane e ambientali che ne è scaturita.

Noi abbiamo intervistato la band al completo che ci ha spiegato come è nata questa importante collaborazione

– L’enigma del capitale uscirà per la Seahorse Recordings di Paolo Messere. Come nasce questa collaborazione?

Pietro: Il primo a conoscere Paolo è stato Abele. È meglio che sia direttamente lui a cominciare a raccontare.

Abele: Già. Ho conosciuto Paolo Messere due anni fa; lui era alla ricerca di un batterista per i suoi Blessed Child Opera e aveva organizzato un’audizione. Sono stato provinato e selezionato come batterista, e così ho accompagnato il gruppo in tournée. Rimasi subito positivamente impressionato dalla grande qualità della sua musica inedita e dalla sua prolificità (11 album all’attivo!), nonché dal numero impressionante di artisti di cui era composta la sua scuderia. Dei BCO conservo il ricordo di un breve ma intenso percorso artistico, peraltro mai definitivamente chiuso. Quando con Pietro, Ambra, Salvatore e Benni stavamo valutando il da farsi per “L’enigma del capitale” ho pensato che, per motivi di esperienza, per attitudine a un certo genere musicale, ma anche per questioni logistiche, la Seahorse Recording di Paolo potesse essere il veicolo adatto per il lancio del secondo lavoro del Castello.

Salvatore: Sì, di lì a poco sottoponemmo a Paolo il nostro progetto. Si dimostrò piuttosto interessato alle nostre idee ed i provini che gli facemmo ascoltare non gli dispiacquero affatto.

Pietro: Proprio così. Con Paolo eravamo riusciti ad avere un abboccamento poco prima del primo lockdown; poi è successo tutto quello che è successo. A quel punto, noi avevamo deciso di uscire solo on line in totale autonomia. Temevamo, o meglio… speravamo che il nostro messaggio, dopo, non fosse più attuale: i testi dei brani, incisi fra il 2015 e il gennaio del 2020, hanno tematiche per molti versi apocalittiche e, a loro modo, avevano anticipato, sia pur vagamente, la catastrofe che stiamo ancora attraversando. Avevamo creduto che tutto potesse finire prima e che ciò che volevamo dire perdesse di mordente. Da qui la scelta di by-passare la stampa di un CD fisico e di pubblicare al più presto e solo sulle piattaforme on line. Con il passare dei mesi, però, abbiamo capito che la dimensione della musica liquida non ci soddisfaceva del tutto. Nel frattempo, ci erano arrivate altre proposte interessanti di altre label, che abbiamo vagliato. Alla fine, anche se non siamo usciti dalla catastrofe, nonostante sia per certi versi folle pubblicare oggi su un supporto fisico, abbiamo optato per la Seahorse.

– Perché avete scelto proprio l’etichetta di Messere?

Salvatore: Perchè è una delle più innovative e coraggiose del panorama nazionale, ma anche perché opera nella nostra città. Il nostro è un lavoro molto legato a Marsala, quindi affidarci ad un’etichetta vicina al nostro territorio ci sembrava la scelta migliore da farsi.

Pietro: Sì, quello che ci piace è la linea editoriale di Paolo, che è aperto alle sperimentazioni e agli sconfintamenti. Poi quello che dice Salvatore è vero: a convincerci è stata soprattutto la su decisione di trasferire il centro operativo di Seahorse a Marsala; cosa, questa, che ho interpretato come un atto d’amore nei confronti di questa città cui io, pur non vivendoci più da tempo, sono fortemente legato. Come tu ben sai, Marsala ha avuto una scena musicale importante negli anni ’90, di cui io, Salvatore e Abele, che allora militavamo nei BraindeaD, abbiamo fatto parte. C’erano moltissimi gruppi che facevano musica propria, in alcuni casi anche di altissima qualità; c’erano locali e occasioni dove suonare quella musica; c’era un pubblico nutrito che seguiva tutta quella scena underground; ma alla fine quello che veramente mancava era proprio un’etichetta che desse la spinta perché tutto quel movimento emergesse. A quei tempi, chi voleva farsi notare doveva andarsene dalla Sicilia. Ecco, per me, avere scelto la Seahorse significa anche chiudere un cerchio e cogliere l’occasione per creare sinergie territoriali importanti non solo per noi, ma per tutta la scena marsalese. Vedo molti giovani musicisti marsalesi che suonano anche meglio di come suonavamo noi in quegli anni, ma si adattano a vivere di cover. Ecco, io spero che molti altri dopo di noi, seguendo il nostro esempio, e sapendo anche che c’è nel nostro territorio un supporto come quello fornito dalla Seahorse, ritornino ad osare.

Ambra: Per dirla in breve, il curriculum di Paolo e l’animus dell’etichetta – che è una delle label indipendenti in Italia ad avere delle buone proposte di new folk, post rock, alternative ed indie – alla fine ci hanno convinto. Le ragioni della scelta, come hanno detto Pietro e Salvatore, non sono state solo logistiche e musicali: ognuno di noi vive ormai in città diverse, ma il fatto di aver scelto di fare di Marsala il punto di propagazione del nostro suono è fondamentale per il nostro percorso artistico e narrativo. È da questa costa che guarda ad occidente che parliamo, tutti noi, ed è questa stessa costa che vogliamo portare nel nostro racconto, così come la portiamo nei nostri pensieri, nelle nostre emozioni, nei nostri ricordi.

– Voi siete figli degli anni ’80 e ’90, di un approccio alla musica indipendente e senza costrutti. Oggi cos’è cambiato nel panorama musicale nazionale e cosa vi manca invece di quella purezza?

Pietro: non amo molto fare il laudator temporis acti. Sicuramente di quegli anni ricordo con piacere… i miei vent’anni, e l’intensità con cui si faceva musica insieme, quasi senza pensare ad altro. Ricordo con piacere lo spirito ‘collettivista’, che certo è stato se non azzerato, senza dubbio infiacchito dalle enormi possibilità che i giovani di oggi (e non solo loro) hanno di confezionare prodotti musicali nel silenzio del proprio studio casalingo con la propria scheda audio e il proprio computer. Non voglio però usare la parola ‘nostalgia’: i miei sono semmai bei ricordi di un passato che mi ha nutrito, e che contribuisce a fare di me la persona che sono. Nel panorama nazionale, certo, sono cambiate diverse cose. Vedo la scena musicale italiana dominata da generi come la trap o la versione nostrana dell’indie-pop. Sono generi che, dal punto di vista sonoro e timbrico sono lontani dai miei gusti. Non mi appartengono, ma confesso comunque di guardare il tutto con un interesse, per così dire, ‘etnografico’, e non mi sento di censurare alcunché. Certo, molta della musica trap, nel suo divinizzare il denaro e le posizioni di comodo che da esso si possono ricavare, rappresenta senza dubbio un’avanguardia ideologica nel neoliberismo, nella misura in cui ne esalta i valori e li conferma. E il neoliberismo, assieme e chi lo nutre o spalleggia – lo dico senza mezzi termini –, è il principale nemico dell’umanità. Ma anche lì, la scena è molto varia. C’è di tutto, e c’è anche roba di una certa qualità in giro. Per il resto, un certo tipo di rock sperimentale e di avanguardia, o comunque duro, graffiante ed estremo, si limita a sopravvivere. E anche lì – soprattutto fuori dall’Italia – ci sono cose interessantissime che sono state prodotte di recente, e non solo da ultraquarantenni come noi. Guardo con molto interesse, ad esempio, tutta la scena post-rock e post-punk anglo-americana: Idles, Shame, Protomartyr, Fontaines DC, e spero che prima o poi la loro onda lunga arrivi anche a influenzare qualcosa nelle nostre sponde. Ma sicuramente, in questo, ognuno di noi ha una visione diversa.

Salvatore: Sinceramente non penso che negli anni ’80 e ’90 il panorama musicale fosse più ‘puro’ di quello attuale. Forse era più intellegibile di oggi. L’assenza del digitale e della rete rendeva tutto più semplice. C’erano i circuiti, le cassette ed i ‘Guru’ che le facevano girare, creando quel panorama underground nel quale siamo cresciuti musicalmente. Oggi tutto è più complesso. La relativa semplicità nel produrre musica e diffonderla attraverso la rete ha inflazionato l’offerta musicale, ed è estremamente più complicato individuare, in mezzo alla robaccia, le cose davvero interessanti e meritevoli di essere seguite. Il mercato ufficiale, invece, oggi come allora, insegue le novità stereotipandole e riproducendole in serie, tutte uguali all’infinito, fino a renderle disgustose. Il tutto proiettato verso l’unico consumo di musica realmente rimasto, quello degli Show Televisivi dove si finge di scoprire nuovi talenti, ma dove tutto si crea e si consuma all’interno del circuito televisivo stesso. Almeno, ai nostri tempi, le Major si dovevano preoccupare di vendere i dischi; oggi non esiste più nemmeno questo mercato. Una desolazione assoluta.

Ambra: In un certo senso, quello che sta succedendo oggi è una sempre maggiore de-costruzione della musica stessa. Se per noi imparare la musica è stato imbracciare uno strumento e dedicarci corpo ed anima a farlo suonare, oggi fare musica è anche saltare del tutto questo passaggio e produrre suoni con il computer. Non è giusto o sbagliato di per sé: ma come mi hanno insegnato gli anni passati a suonare avant-jazz, dietro ogni nota, dietro ogni pausa suonata in improvvisazione, c’è un grande ascolto, un grande studio, ed una grandissima dedizione. Gli uni per gli altri, gli uni degli altri. Quello che manca di quella purezza, per me, è il contesto in cui e per il quale si fa musica, e le logiche completamente nuove di tutto il circuito commerciale della musica. Logicamente, un po’ ci si deve adeguare, se si vuole diffondere il proprio progetto, ma rimaniamo sempre più affezionati alla logica del voler raccontare, più che a quella del voler diffondere.

Abele: Il panorama musicale nazionale, al giorno d’oggi, risente, a mio avviso, di una divisione in caste che non era così marcata fino agli anni ’80 e ‘90. Chiaramente c’è stato un livellamento verso il basso dal punto di vista commerciale; la musica di un certo tipo viaggia sui canali indipendenti e la qualità continua, lì, a essere alta. È triste constatare come, soprattutto in ambito main stream, debbano emergere realtà ‘usa e getta’, mentre gli alti contenuti musicali e culturali rimangono appannaggio di un numero ristretto di utenti. Negli anni d’oro c’erano i sogni e le speranze; adesso abbiamo la maturità e la consapevolezza. Qui sono in linea con Pietro: se dicessimo che non ci mancano i nostri vent’anni, mentiremmo; alla fine, però, anche adesso non è poi così male!

Benni: Cosa mi manca di quella purezza? Beh, la purezza! Ma non sono così ingenuo. Voglio dire: anche negli anni ’80 c’erano in giro delle boiate pazzesche e c’erano case discografiche che spremevano e sfruttavano i musicisti (questo spiega perché molte band hanno inciso un solo singolo), e questo è inutile nasconderlo. Ma c’era anche un sacco di gente che sapeva suonare e che aveva delle idee originali che sono quelle che fanno la differenza. L’omologazione porta al deserto. E nel deserto qualsiasi palma è buona per fare ombra. Sarà difficile che in questo deserto nascano vere rivoluzioni musicali come furono la New Wave o il reggae o il punk. Ma al fondo, sai come si vede la differenza tra l’attuale scena musicale e quella degli anni ’80 e ’90? Che allora, almeno nel trapanese, c’erano decine di gruppi che suonavano nei locali facendo musica propria; musica originale. Adesso non ce n’è più neanche uno. Amen.

– Oggi esiste una scena musicale in cui sentirsi parte attiva e protagonisti oppure bisogna puntare esclusivamente alle visite, followers su instagram o su youtube? E’ un aspetto importante per emergere, su cui poter sorvolare per rimanere nei circuiti underground oppure indispensabile per farsi notare in ambito mainstream?

Pietro: Per come la vedo io, Instagram, YouTube, etc. sono indispensabili in ambito main stream se e solo se sei già nel main stream, o se fai cose che sono main stream, o comunque se ti affidi, pagando fior di quattrini, a gente che sa come farti entrare nel main stream (ad esempio pagando servizi per moltiplicare e drogare gli ascolti e gli algoritmi). In quel contesto, se vuoi farti notare, è più facile fare proprio le cose che fanno tutti. Più sei conformista e mediocre, musicalmente parlando, più hai probabilità di – chiamiamolo così – ‘successo’. Ma è un successo iper-pompato ed effimero. Questo significa che oggi è ancora più difficile, rispetto a ieri, che musicisti talentuosi riescano a farsi notare e ad emergere. Per come la vedo io, poi, piattaforme come Spotify hanno fatto con la musica qualcosa di simile a quello che è stato fatto, all’origine del capitalismo, con le enclosures of common lands. Queste piattaforme, ancora di più di quanto non sia successo nel passato con le Major, trasformano l’arte in commodity e razziano beni resi surrettiziamente comuni affamando non solo gli artisti, ma anche le label stesse, cui lasciano solo le briciole. Anche noi ovviamente siamo su queste piattaforme, è chiaro. Ma il successo su di esse non ci interessa poi così tanto. Quello che generano, del resto, è un consumo bulimico privo di profondità e di reale attenzione. Il lavoro che abbiamo fatto noi, invece, è simile a quello del baco da seta. È lungo, lento, paziente. Noi speriamo solo che un giorno si trasformi, diciamo così, in una angelica farfalla. Da un lato speriamo di aver lavorato per i posteri, e quindi anche per un riconoscimento tardivo, dall’altro lato ci basta, per l’immediato, che quelle due o tre persone che acquisteranno l’album (o che comunque incapperanno in esso) lo ascoltino con interesse e che ne ricavino qualcosa in termini di emozioni o riflessioni. Questo, dal mio punto di vista, è il successo: è qualcosa che non si misura con i grandi numeri, ma con la qualità della fruizione. Non ci interessa la quantità degli ascolti su Spotify, ma la qualità dei nostri ascoltatori, e l’idea che mi piace di più è che l’ascolto della nostra musica, alla fine, possa anche renderli migliori. Per il resto, ovviamente, se c’è una minima speranza di ritorno economico, l’unico desiderio forte che abbiamo, se possibile, è quello di ricavare le risorse per realizzare il terzo album del castello delle uova!

Salvatore: In parte ho già risposto a questa domanda. C’è troppa confusione. Non si riesce più ad emergere per il semplice fatto che non esiste più una linea di galleggiamento. Ci sono i followers, i social, ma non c’è una vera e propria ‘scena’ musicale. Lo stesso strumento viene usato per gli scopi più disparati e tutto ciò non fa altro che aumentare il caos. Spero che ne verremo fuori da tutto questo, ma per farlo è necessario tornare a socializzare davvero i momenti di scambio culturale. Oggi vedo solo migliaia di singole individualità e questo non va affatto bene.

Abele: Personalmente, avendo a disposizione i mezzi giusti, avrei inciso su vinile e avrei fatto promozione di un certo tipo di musica ‘solida’ tramite i live o con la distribuzione nei negozi specializzati. Il fatto di non aver mai avuto, con i castellani, un’intensa attività dal vivo (peraltro bloccata a larghissimo raggio in tutto il mondo a causa della pandemia), e considerando che anche i canali underground utilizzano il web e le varie piattaforme di promozione per arrivare, possibilmente, all’altro capo del mondo ci porta a doverci adattare tenendoci al passo con un sistema che viaggia in maniera diversa. Preferivo l’alimentazione ‘a carbone’, ma è giusto, logico e vantaggioso muoversi anche con un click, specialmente se all’interno della band c’è chi riesce a farlo meglio del sottoscritto! Lo confesso: sono, di tutti i castellani, il meno appassionato del digitale!

Benni: Purtroppo, per come la vedo io, una vera e propria scena musicale alternative al momento non esiste (a meno che non si vogliano considerare ‘scena musicale’ i padri trappisti). Le scene musicali, per me, sono morte nel 1999. Esiste solo quello che Spotify et similia vogliono che esista con i loro algoritmi. Io non sono un nostalgico… oddio, forse sì, ma sono convinto che non sempre le rivoluzioni e le innovazioni siano per forza meglio di quello che c’era prima.

– Esiste ancora una scena alternative in Italia?

Pietro: Direi di sì. Magari è in grande sofferenza (e non solo per il Coronavirus!), ma esiste. E molte cose sono molto interessanti. Per rimanere ad artisti che sono usciti dalla scena marsalese degli anni ’90, mi piace citare i lavori di Carmelo Pipitone, Giovanni Gulino, o anche quelli di Pierpaolo Marino, nostro compagno di scuderia con la Seahorse. Bisogna però ancora capire cosa rimarrà di questo periodo mostruoso che stiamo attraversando. Non oso neanche immaginare gli scenari che ci aspettano. Spero, ad esempio, che Rockarossa, cui Gianfranco Marino e altri hanno ridato viva, riesca a continuare e a stabilizzarsi. Sarebbe un bel colpo per il movimento da cui proveniamo!

Salvatore: Qui ho una idea diversa da Pietro. Direi che una vera e propria scena alternative in Italia non esiste. Hai presente quando fanno vedere in TV i banchi di ghiaccio che si sciolgono al Polo Nord? Si creano piccole zolle di ghiaccio larghe pochi metri, a migliaia. È come se gli artisti fossero isolati ognuno sul suo banco di ghiaccio. Ci si riesce a intravedere da un banco all’altro, ma non si riesce a fare gruppo.

Ambra: Sicuramente non possiamo fare paragoni con venti o trent’anni fa. Ci sono artisti e progetti interessantissimi ancora oggi, ma ci ritroviamo annacquati in uno scenario in cui la ricerca vera rimane sempre a disposizione di un pubblico di nicchia.

Abele: Io invece penso che la scena alternative del nostro paese sia più viva che mai. Mi piace sottolineare come alcuni dei maggiori esponenti di questa scena siano i nostri conterranei (nonché cari amici) che Pietro ha già citato. Il percorso di Carmelo e Giovanni, entrambi con i Marta sui tubi, ma anche con i rispettivi lavori solisti, dimostra che il talento e il coraggio consentono di dare anche una spinta ad un contesto di nicchia, il propellente per accorciare quel divario tra la musica di massa e quella di settore, un modo di mantenere la propria identità bussando alla porta del grande pubblico e, magari, smuoverne le coscienze. Mi unisco a Pietro nel citare anche Gianfranco Marino e Pierpaolo Marino, artisti di grande talento che, rispetto a Carmelo e Giovanni che risiedono ormai al nord, promuovono la loro musica dalla loro terra natìa (a proposito dell’importanza del web!).

Benni: No. Per le ragioni che ho detto prima, per me non esiste alcuna ‘scena’ che possa chiamarsi tale. Condivido in pieno le parole di Salatore.

– La città di Marsala è stata la culla di tante band alternative rock negli anni ’80 e ’90. Oggi cosa è rimasto di quella scena?

Pietro: tanti bei ricordi, e poi, ovviamente, lasciamelo dire, ma, bene o male che sia, siamo rimasti noi, il castello delle uova (sia pure in maniera atipica!), e i nomi che ti ho citato poco prima, o anche i Musicanti del nostro amico Gregorio Caimi. Certo, molte cose sono mutate. Sicuramente non ci sono più i locali disposti ad ospitare un certo tipo di musica, e non ci sono più il pubblico e l’atteggiamento di un tempo. Ancora prima del lockdown, Marsala era già entrata come in letargo da questo punto di vista. Questo forse è accaduto da un lato perché gruppi come Marta sui Tubi, per affermarsi a certi livelli, hanno dovuto lasciare la Sicilia; dall’altro lato, invece, perché band come la nostra hanno scelto – anche per le varie circostanze della vita – la sommersione e la sparizione dai palchi.

Salvatore: Marsala continua ad essere fucina di ottimi musicisti. Tecnicamente sempre più bravi. Però anche da noi non vedo una scena musicale. Solo ottimi musicisti, ma senza progetti ambiziosi. Sono d’accordo con Pietro su questo punto: sarebbe necessario che qualcuno osasse di più.

Abele: Marsala è ancora impregnata del profumo di un certo tipo di musica. Non sono più gli anni del Coco Loco o dei raduni rock, ma quel tempo ha lasciato, oltre ai ricordi, anche un’eredità che alcuni continuano a portare avanti. Pietro, ad esempio, ha già citato Gregorio che ha tenuto alto il livello musicale, seppur nell’ambito di un genere diverso dal nostro, che è la world music. E poi ci sono ancora giovani che si riuniscono in sala prove per creare qualcosa di nuovo, altri un po’ più grandi scoprono che è arrivato il momento di tirar fuori dal cassetto le proprie idee mettendo da parte le cover. Ah, e poi c’è il Castello delle Uova!

– Musica, poesia e progressive rock. La vostra musica unisce questo e molto altro, da sempre. Il Castello delle uova esce ufficialmente dal circuito underground per approdare alla grande distribuzione. Quando uscirà il vostro disco? Dove? Dateci qualche informazione a riguardo!

Salvatore: Grande distribuzione? Ora non esagererei. Il CD uscirà fra febbraio e marzo. Ancora non sappiamo la data, ma posso dire che sicuramente entro la prima metà del mese – se tutto va bene (e se non ci saranno altri rallentamenti da Covid) – dovremmo essere nei negozi.

Pietro: L’unica cosa che possiamo dirti al momento è che abbiamo terminato da poco il nuovo master, che lo abbiamo girato alla Seahorse e che saremo distribuiti – forse più ‘mediamente’ che ‘grandemente’, a dire il vero – da Audioglobe. Per il resto, hai detto bene, la poesia e il prog rock ci hanno nutrito, soprattutto negli anni passati. Se però i riferimenti degli “Appunti sonori per una cosmogonia caotica”, del 2005, erano più marcatamente letterari (Raymond Queneau, Lucrezio, Ovidio), adesso, nel preparare i testi de “L’enigma del capitale” ad ispirare me e Benni sono stati, più che altro, i saggi di economisti e sociologi come David Harvey, Richard Sennett, Luciano Gallino, Marco D’Eramo (ma qualche allusione metaletteraria qua e là, per esempio a Gadda, è stata volutamente nascosta nelle tracce dell’album!). Anche per i riferimenti musicali, qualcosa – ma non molto – è mutato. I miei ascolti, negli anni, sono divenuti molto più ‘democratici’ e inclusivi, fino a spaziare, per esempio, al post-rock, al post-punk, alla musica indie e all’elettronica.

Abele: In aggiunta a quello che ha detto Pietro, devo dire che per noi mantenere una certa identità prog non è difficile; per molti versi, nonostante i nostri ascolti onnivori, rimane pur sempre, senza forzature, la nostra natura. Lasciatemi poi dire che la poesia è, per me, soprattutto la coesione che abbiamo dal punto di vista umano prima che musicale; i testi scritti da Pietro, e in quest’ultimo album anche da Benni, fanno il resto. Siamo felici di questa opportunità che Seahorse ci concede, anche in virtù del bellissimo rapporto umano che ci lega a Paolo Messere. Ci tengo poi a precisare che per ‘Grande Distribuzione’ intendo quei posti molto grandi dove poter acquistare i miei amati, enormi barattoli di Nutella!

Benni: Devo dire che sin da quando ero ragazzo, prima della parte musicale mi concentravo sempre sui testi. La parola, letta, detta o scritta, mi ha sempre affascinato. Anche per questo per lunghi anni mi sono dedicato al teatro… tra le altre cose, prima di unirmi a Pietro, Salvatore e Abele, ho diretto per due anni il teatro “Gebel Hamed” di Erice, e ho portato in tournée insieme a Salvo Buffa il progetto di musichessia “Moelstrom”, che univa appunto musica e poesia. Per cui è normale che l’idea dei ragazzi di coinvolgermi con il Castello, prima solo come voce recitante negli “Appunti sonori…” e poi, adesso, anche come autore di alcuni dei testi, mi abbia entusiasmato. L’unione di buona musica con dei buoni testi, se non con la poesia, dovrebbe essere una cosa normale… e invece mi accorgo che oggi forse non lo è più. La musica dovrebbe essere una parte fondante della cultura e invece al momento è considerata poco più che un mezzo di intrattenimento. Fast music da consumare su Mc Spotify’s: senza sapore né soddisfazione.

A proposito di Angelo Barraco

Angelo Barraco, classe 89, è un giornalista siciliano, precisamente di Marsala, in provincia di Trapani. Curioso, attento ai dettagli, negli anni ha collaborato per numerose testate giornalistiche territoriali, nazionali, internazionali, sia cartacee che web. Ha scritto di politica, attualità, economia, territorio, cronaca nera, recensioni letterarie e musica. Ha intervistato molti importanti esponenti della società contemporanea che hanno tracciato un solco indelebile nella cultura e nella storia moderna.

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