
“Fortunatamente la notte è passata serenamente. L’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia non ha segnalato altre scosse di terremoto a Marsala e nella nostra Provincia”, scrive il Sindaco Alberto Di Girolamo sulla sua pagina facebook, tranquillizzando i cittadini dopo la scossa di terremoto che è stata avvertita in città lunedì 4 maggio, alle ore 19:14 e localizzata dall’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia con epicentro a 3 km a Sud Ovest da Paceco (TP) con magnitudo 3.3. La scossa è stata sentita anche a Paceco, Trapani, Erice, Valderice, Buseto Palizzolo, Favignana, Custonaci. Non c’è stato nessun danno nel territorio, ma tanti cittadini sono scesi in strada e hanno avuto paura. Sui social è scattato il tam tam di messaggi e uno scambio di opinioni circa l’entità della scossa. Il Sindaco di Marsala costantemente in contatto con la Protezione Civile, la situazione è certamente monitorata. “Ai terremoti non v’è rimedio alcuno. Se il cielo ci minaccia con le folgori, pure si trova scampo nelle caverne. Ma contro i terremoti non vale la fuga, non giovano nascondigli”, asseriva Petrarca e chissà se hanno avuto lo stesso pensiero anche gli anziani di questa terra che conservano ancora vivo il ricordo di quel lontano 15 gennaio 1968. Un ricordo scalfino nelle rughe del viso e lungo i solchi delle mani che hanno piantato il sudore del sacrificio, delle lacrime e della paura che nel corso di questi lunghi anni li ha accompagnati. Era il 14 gennaio ’68, quando alcune scosse di terremoto fecero tremare la Sicilia Occidentale. Non c’erano stati crolli quel giorno ma tanta gente aveva lasciato ogni forma di quotidianità per scendere in strada in preda al panico, decidendo sapientemente di dormire all’aperto, in macchina o nelle campagne con le coperte in spalla e i bambini in braccio. Nel cuore della notte, una forte scossa colpisce prepotentemente la Valle del Belice, danneggiando gravemente Salaparuta, Gibellina, S.Ninfa, Montevago, Partanna, Poggioreale, Santa Margherita Belice e i territori della provincia di Trapani e Agrigento. L’economia dell’epoca era basata esclusivamente agricola e il patrimonio edilizio rurale subì gravissimi danni. Nelson Mandela definiva il ricordo come “tessuto dell’identità”. La notte del 26 dicembre 1990, quando i pugni degli italiani battevano sui tavoli per Schillaci, i siracusani spegnevano la tv e si preparava a festeggiare Santa Lucia e l’Immacolata. La costa orientale era in festa, tutto era pronto, la patrona, Santa Lucia, avrebbe illuminato lo sguardo dei fedeli. Tutto era pronto, la festa sarebbe iniziata da li a poco. Non è successo nulla di tutto questo. Alle ore 0:24 del 13 dicembre 1990 la terra inizia a tremare e un violentissimo terremoto 5.6 della scala Richter del VII-VIII grado della scala Mercalli interrompe il sonno dei cittadini che vivevano in 41 comuni. I danni sono stati gravissimi e hanno interessato diverse aree. Sono morte 12 persone, 200 i feriti e 12 mila gli sfollati. I siracusani, quel giorno, non hanno festeggiato Santa Lucia, non hanno portato in spalla la santa patrona lungo le strade della città ma sono rimasti in religioso silenzi, al riparo, sperando che la terra non tremasse più e, con uno sguardo rivolto al cielo, hanno pregato per le vittime innocenti morte sotto le macerie, proprio come hanno fatto sicuramente i loro avi, in quella maledetta notte dell’11 gennaio del 1693.



























