VINCENZO SAMMARTANO – La violenza che da mesi attraversa la Cisgiordania non può più essere considerata una sequenza di episodi isolati. Gli assalti dei coloni israeliani contro villaggi e famiglie palestinesi, le espulsioni, le intimidazioni e le appropriazioni di terre raccontano una realtà nella quale la violenza sembra essere diventata uno strumento politico.
Negli ultimi giorni, nel villaggio di Qusra, gruppi di coloni hanno persino assediato abitazioni palestinesi, interrompendo acqua ed elettricità e tentando di costringere gli abitanti ad abbandonare le proprie case.

La Cisgiordania sembra di fatto la continuazione naturale di quanto accaduto a Gaza e di ciò che sta accadendo nel sud del Libano, dove l’esercito israeliano è entrato per diversi chilometri all’interno del territorio libanese. Tutto sotto la bandiera dell’eradicazione del terrorismo, che però si scontra violentemente con le parole espansionistiche e poco rispettose della vita umana utilizzate da alcuni esponenti della leadership israeliana.
Il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir ha dichiarato che Israele dovrebbe condurre ogni notte uccisioni mirate a Gaza, “30 o 40” persone, andando oltre chi rappresenta una minaccia immediata. Ha aggiunto che vi sarebbero persone “non degne di vivere” e che “non sono nemmeno persone”.
Sono parole che non possono essere archiviate come una semplice provocazione politica, ma che finiscono per offrire una chiave di lettura di ciò che è accaduto in questi ultimi due anni alla popolazione palestinese.
Di fronte a questo scenario, è significativo che sia stato il Papa a richiamare con forza l’attenzione sulla Cisgiordania. Il 16 agosto Papa Leone XIV ha chiesto la fine della violenza contro la popolazione palestinese e ha sollecitato la comunità internazionale a lavorare per la pace.
Dalla Terra Santa è arrivata anche la voce del patriarca latino di Gerusalemme, il cardinale Pierbattista Pizzaballa, che da tempo denuncia il deterioramento della situazione e l’assenza di una risposta efficace alla violenza dei coloni.
In Italia, invece, il “silenzio assordante” del governo Meloni appare in tutta la sua contraddizione. Qui non si tratta più soltanto di condannare un gruppo isolato di coloni, ma di prendere posizione contro una linea politica del governo israeliano che, approfittando del silenzio della comunità internazionale, continua un’azione espansionistica e di espulsione del popolo palestinese dalle proprie terre.
Questo silenzio assume un significato particolare per una maggioranza che ha costruito parte della propria identità politica attorno alla difesa dei valori cristiani. Perché proprio dalla Chiesa cattolica, dal Papa e dal patriarca di Gerusalemme arriva oggi un richiamo netto alla tutela della popolazione palestinese, alla cessazione della violenza e alla necessità di una pace fondata sulla giustizia.
Non basta allora rivendicare i valori cristiani come identità culturale. Quei valori vengono messi alla prova quando occorre difendere concretamente la dignità della persona, soprattutto quando a essere colpiti sono civili senza potere e senza protezione.
La politica estera si misura proprio in questo spazio: tra ciò che si proclama e ciò che si è disposti a fare.
Per l’Italia, il rischio è quello di una crescente irrilevanza. Mentre la violenza in Cisgiordania aumenta, mentre persino il Papa richiama la comunità internazionale alle proprie responsabilità e mentre il patriarca di Gerusalemme chiede di non voltarsi dall’altra parte, Roma non può limitarsi a formule diplomatiche di condanna.
Se alle parole non seguono iniziative proporzionate alla gravità della situazione, il problema non è soltanto morale: diventa politico e strategico. E allora quella che viene presentata come una politica estera pragmatica rischia di apparire, agli occhi del mondo, come una politica estera priva della forza necessaria per difendere i principi che afferma di voler rappresentare.



























