La guerra a Gaza occupa oggi molto meno spazio nei notiziari internazionali rispetto ai mesi più drammatici del conflitto. Ma sul terreno la situazione resta tutt’altro che risolta. A quasi un anno dall’entrata in vigore del cessate il fuoco dell’ottobre 2025, la tregua appare fragile e le violenze non si sono fermate.
Negli ultimi giorni si sono registrati nuovi attacchi israeliani. Secondo i dati riportati da Reuters sulla base delle autorità sanitarie di Gaza, almeno 16 palestinesi sono stati uccisi negli attacchi avvenuti da martedì 18 agosto, mentre dall’inizio del cessate il fuoco risultano oltre 1.280 palestinesi e quattro soldati israeliani uccisi. Turchia, Egitto e Qatar, impegnati nella mediazione, hanno denunciato gli ultimi raid sostenendo che rischiano di compromettere gli sforzi diplomatici.

Il principale ostacolo alla conclusione della guerra rimane politico e militare. Il piano sostenuto dagli Stati Uniti prevede il disarmo progressivo di Hamas, il ritiro delle forze israeliane e una nuova gestione civile della Striscia.
Hamas ha accettato, almeno in linea di principio, un percorso di disarmo condizionato al ritiro israeliano. Il governo di Benjamin Netanyahu, invece, insiste affinché Hamas venga completamente disarmato prima del ritiro dell’esercito israeliano. Una differenza sulla sequenza degli impegni che, di fatto, ha bloccato i negoziati. (Reuters)
Anche la missione diplomatica di Jared Kushner, conclusasi nei giorni scorsi dopo incontri con israeliani e mediatori, non ha prodotto una svolta definitiva. Sono però stati mantenuti aperti alcuni canali di negoziato e sono stati ipotizzati gruppi di lavoro sul disarmo e sulla situazione sanitaria.
Se la guerra è finita nelle prime pagine di molti giornali, l’emergenza umanitaria non è finita a Gaza.
Le condizioni di vita rimangono estremamente precarie. Un rapporto citato dal Norwegian Refugee Council nelle ultime ore segnala che quattro famiglie su cinque vivono in condizioni critiche o catastrofiche nei propri rifugi. Circa due terzi della popolazione sarebbero costretti a vivere in tende o strutture provvisorie non adatte a una permanenza prolungata.
Anche la situazione alimentare, pur migliorata rispetto alla fase più acuta della crisi, rimane fragile. L’OCHA ha segnalato a fine luglio che l’insicurezza alimentare si è ridotta, ma che il calo degli aiuti registrato dall’inizio del 2026 rischia di vanificare i progressi ottenuti.
La carestia formalmente dichiarata nel 2025 non rappresenta quindi oggi la stessa situazione di allora: l’aumento degli aiuti dopo il cessate il fuoco ha migliorato l’accesso al cibo. Ma le organizzazioni umanitarie continuano a descrivere una popolazione profondamente dipendente dagli aiuti e con bisogni enormi.
Ospedali, abitazioni, scuole, infrastrutture idriche e servizi essenziali sono stati pesantemente danneggiati. La ricostruzione vera e propria non può però partire su larga scala finché non sarà chiarito chi governerà Gaza, quale sarà il ruolo di Hamas e soprattutto quando e in quali condizioni avverrà il ritiro israeliano.
Secondo una valutazione aggiornata del Council on Foreign Relations, la distruzione del sistema sanitario rimane enorme: gran parte degli ospedali è danneggiata o distrutta e la disponibilità di posti letto è drasticamente inferiore alle necessità della popolazione.
Gaza non è più caratterizzata dagli stessi livelli di bombardamento e dalle stesse immagini quotidiane del periodo più intenso della guerra. La tregua, pur fragile, ha ridotto l’intensità complessiva del conflitto e l’attenzione internazionale si è spostata anche verso altre crisi.
Ma meno titoli sui giornali non significa necessariamente una crisi risolta. A Gaza oggi si combatte soprattutto una battaglia per la sopravvivenza quotidiana: trovare un’abitazione, acqua, cure mediche, cibo e condizioni minime di sicurezza. Parallelamente, sul piano diplomatico, si cerca di trasformare una tregua precaria in un accordo politico duraturo.
La fotografia di Gaza oggi è quindi quella di una guerra non realmente conclusa.
C’è un cessate il fuoco, ma continuano attacchi e vittime. Esiste un piano americano per arrivare alla fine del conflitto, ma Israele e Hamas restano divisi sulla questione fondamentale: chi deve fare il primo passo tra disarmo di Hamas e ritiro israeliano.
Nel frattempo, milioni di persone continuano a vivere tra macerie, sfollamento e dipendenza dagli aiuti.
La guerra, insomma, è diventata meno visibile. Non per questo è diventata meno grave.



























