Argimusco, ai confini del bardo

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Voglio confessarvi un segreto: fino a cinque anni fa non conoscevo l’esistenza dell’altopiano dell’Argimusco. Se avessero pronunciato quel nome in mia presenza, avrei pensato si parlasse di un mammifero raro o di qualche minerale sconosciuto. Ho vissuto, da siciliano, nella “beata ignoranza” che sulla mia isola esistesse un posto talmente mistico da sfociare nell’assoluta unicità. Poi, come spesso avviene, per “serendipity”, cercando “qualcos’altro”, fortunatamente l’ho scoperto. Ci troviamo in provincia di Messina, tra Montalbano Elicona e Floresta. Ma una volta giunti a destinazione potremmo tranquillamente pensare di essere approdati sulle Alpi svizzere. Per arrivarci basta percorrere la S.P.110 che da Floresta viaggia verso Montalbano e deviare per la S.P.115, prima di raggiungere il borgo che fu residenza di Federico III. A quel punto si comincia a salire, fino ad arrivare a milleduecento metri di quota. Poi, a poco a poco, tra mucche al pascolo con i campanacci al collo e covoni di fieno, si arriva a destinazione. Si parcheggia l’auto sul sentiero sterrato e ci si addentra nel mistero, tra sassi e un’immensa distesa di felci, tra le quali ti immergi fin oltre la cinta. Siamo all’interno della riserva orientata del bosco di Malabotta. La parola “Argimusco” ha origini greche e potrebbe nascere dall’unione tra “argos”, cioè “bianco splendente” e “muscus”, cioè “muschio”. Il tutto per indicare la distesa di pietra chiara e il verde brillante della vegetazione. Ma l’etimologia più probabile è quella che si fa risalire al termine “arghimoschion”, cioè “altopiano dalle ampie propaggini”. Questo è quanto indicato da fonti spesso riportate.

Iniziamo a percepire e gustare i suoni di questo che possiamo benissimo chiamare altopiano, o meglio ancora “pianoro – il mio consiglio è quello di visitare il sito poco prima del tramonto o, se siete appassionati di stelle, la notte, facendovi accarezzare dalle spirali luminescenti della via Lattea. Il silenzio domina assordante, ben accompagnato dal vento che quasi sempre soffia tra le felci, che diventano le corde dei suoi strumenti ad arco. Ed ecco che emerge la magia. Ecco che si scatena tutta la nostra voglia di restare da soli, per essere abbracciati da un ineguagliabile senso d’eternità. Qui il grande Franco Battiato, ormai consapevole dell’avvicinarsi della fine, creò il suo “bardo”, cioè quel luogo di transizione d’ispirazione buddhista tra la morte e la “nuova vita”. E meno di due anni prima di morire realizzò lo splendido videoclip di uno dei suoi brani più belli, “Torneremo ancora”. Contenuto nel suo ultimo album dal titolo omonimo. L’Argimusco si trova incastonato tra i Nebrodi e i Peloritani – da una parte l’immensa visione dell’Etna, dall’altra il mar Tirreno. L’Argimusco è un luogo che può apparire come il tutto o come il nulla. Un osservatorio astronomico a cielo “spalancato”, un’immensa distesa di pascoli, ma anche un luogo sacro di riti iniziatici. Laddove ogni sorta di sacralità si fonde con il mistero di incredibili forme comprese nei megaliti naturali che ne popolano la distesa. Avanzando tra le felci e il sentiero che le stesse inghiottono, ci troviamo davanti a gigantesche “sculture” di roccia, talmente enigmatiche da farci chiedere: ma chi le ha scolpite? La risposta in fondo è semplice. Non mano d’uomo, né scalpello d’artista, bensì l’accanirsi dei quattro elementi padroni del “bardo”.

Che le hanno elevate a baluardi senza tempo di un luogo privo di vita. Ed è proprio dalla loro “non vita” che questi giganti lanciano il loro messaggio: i raggi del sole che, come in una meridiana, attraversano a una data ora l’occhio del Guerriero, accendono, anche se solo per pochi istanti, l’anima del “guardiano” che tutto scruta e osserva nella propria, ineluttabile immobilità. All’ingresso due giganteschi blocchi di pietra, due “menhir” nell’antica quotidianità bretone, sono diventati simboli della virilità e della femminilità, ricordando proprio gli organi sessuali maschile e femminile, celebrando i riti della fecondità. Leggermente al di fuori del cammino principale, il massiccio megalite dell’Aquila, con il becco che ammicca verso l’Etna. C’è chi afferma che, vista la posizione, poteva anche essere il punto di contatto di un arcaico osservatorio astronomico. E poi, in fondo al nostro percorso, il blocco di roccia che reputo il più bello e il più misterioso. Quello che nemmeno il miglior artista di tutti i tempi avrebbe potuto realizzare: il megalite che ritaglia su un fianco la vergine orante. Un blocco che lascia alla libera interpretazione, alla fede e alla fantasia, la possibilità di scegliere tra il sacro o il profano. La commovente figura di una donna con le mani giunte in preghiera potrà suggerirti ogni cosa.

Sin dai tempi preistorici l’Argimusco fu un santuario naturale in cui la gente del tempo si riuniva, magari durante il solstizio, per venerare le proprie divinità. Che allora erano tutt’uno con le manifestazioni della natura, con l’aria e il fuoco. E con il susseguirsi delle stagioni. L’altopiano è stato oggetto di studi sugli allineamenti astronomici nella posizione delle rocce e su una funzione rituale o calendariale del luogo. LArgimusco è definito dallo studioso e saggista Paul Devins “un sito di enormi statue di pietra che, unico caso al mondo, riproduce specularmente dieci costellazioni presenti sull’orizzonte al tramonto estivo”. Questa definizione ricalca le teorie trecentesche di Arnaldo da Villanova. Ma il mio consiglio è quello di lasciare perdere la scienza. Certe spiegazioni apparterranno sempre e solamente allo spirito. Avete mai aspirato a viaggiare nel tempo? A volte basta davvero poco.

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