Partanna, il regno dei Grifeo

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Una gran bella sorpresa è Partanna, specialmente se visitata una domenica mattina, magari a primavera inoltrata. In quei momenti il paese appare, in tutte le sue forme e dimensioni, quello che in effetti è: un delizioso borgo medievale, con tante sfaccettature da mostrare. Ci troviamo nella valle del fiume Belìce, nella parte meridionale della provincia di Trapani. Per arrivarci basta percorrere l’autostrada A29 e uscire allo svincolo per Santa Ninfa. Poi ci s’imbuca nella S.S.188 che, dopo pochi chilometri di stretti tornanti, ci condurrà a destinazione. Da lì si entra attraverso la parte nuova del paese. Tra uliveti e vigneti che scivolano via a perdita d’occhio, nelle giornate luminose il mare strizza l’occhio a chi si affaccia dai confini alti di questo borgo ricco di sorprese.

Territorio abitato sin dai primordiali tempi del neolitico, si sviluppò con la costruzione di tutta una serie di fossati tra le rocce che avevano il fine di canalizzare l’acqua piovana per irrigare le messi. E tale conformazione ha, sin dai secoli che furono, plasmato il territorio dove Partanna sorge. Anche questa cittadina ha vissuto la “trafila” di dominazioni tipica di molte altre parti dell’isola. Il nome sembra lo abbiano “lasciato” proprio gli Arabi: Bartannah, che vorrebbe dire “terra scura”. Dopo l’anno mille inizia il periodo medievale vero e proprio. E così la storia del Feudo di Partanna si sposa con quella della famiglia Grifeo. Auripione I Grifeo, originario dell’isola di Creta, giunse in Sicilia per scacciare i Saraceni assieme a un manipolo di compatrioti e a una spedizione bizantina. Sarebbe riuscito nell’impresa, ma solo al secondo tentativo, quando ad aiutarlo sarebbero stati invece i normanni del Gran Conte Ruggero. La famiglia Grifeo (in lingua volgare “Graffeo”) avrebbe finito per governare per oltre novecento anni.

E allora vediamolo il castello che porta nome ed emblemi del casato, gioiello e simbolo di un borgo che merita estrema attenzione. Lo possiamo già ammirare arrivando dalla parte opposta, dalla vecchia strada che collega Partanna a Castelvetrano e che immette direttamente tra le antiche vie del paese. Bello, alto, turrito: sembra elevarsi su un piedistallo costruito per dargli quell’austera dimensione volta, allo stesso tempo, a incutere timore, ma anche sicurezza. La famiglia Grifeo, rinsaldata la propria sovranità sul feudo nel corso del XIII secolo, dopo aver ottenuto lo “ius aedificandi”, strutturò la mappa urbana di Partanna secondo canoni all’epoca moderni. E nel corso dei secoli a venire furono costruiti il castello – su un’antica fortificazione araba concessa a Giovanni Grifeo alla fine dell’undicesimo secolo – e in seguito la Chiesa Madre, alcuni secoli dopo. Il castello, anche per tante, spesso impercettibili trasformazioni nel corso del tempo, si è conservato praticamente intatto, tanto da farci affermare con un pizzico di sicula presunzione che resta tra i meglio conservati in tutta Italia. Ai giorni nostri molte delle sale sono visitabili, alcune anche tra le più “remote” e che spesso nascondono leggende sinistre. Le stanze sono oggi state trasformate in sale d’esposizione, come il “salone delle armi”, oggi pinacoteca. Il salone è collegato a uno dei luoghi più misteriosi del castello, la “cella della monaca”.

Sembra che lì dentro sia stata lasciata morire di fame e di stenti nel XII secolo Ulla Grifeo, colpevole d’aver disonorato la propria famiglia per aver sposato segretamente suo zio, Ruggero il Normanno. Parlando d’oscurità restano molto interessanti i cunicoli interni del maniero, budelli di tufo scavati a circa quindici metri di profondità. Erano utilizzabili in caso di fuga improvvisa dei nobili abitanti, magari durante un assedio, visto che finivano per sbucare in aperta campagna. Un’altra sala dell’edificio mostra una notevole esposizione di reperti archeologici, rinvenuti lungo tutta la valle del Belìce. E annovera anche reperti animali e umani, tra cui un teschio, risalente probabilmente all’età del bronzo, sulla cui zona parietale destra è ben visibile un foro trapanato che è stato catalogato come il primo intervento neurochirurgico nella storia dell’umanità.

Quasi di fronte al castello se ne stanno i ruderi della vecchia chiesa del Purgatorio, gravemente danneggiata dal sisma del 1968. Costruita nei primi decenni del millesettecento, probabilmente per opera dei Grifeo che la usavano come cappella funeraria per i propri congiunti, venne inizialmente dedicata al S.S. Crocifisso. Sessant’anni più tardi fu ribattezzata con il nome attuale, in quanto divenne sede della Confraternita del Purgatorio. Purtroppo però ne resta soltanto la facciata, che mantiene assieme le rovine posteriori dell’edificio. Spostandoci lungo il corso Vittorio Emanuele, che inizia al di là del castello, arriviamo nella bellissima piazza Matrice, lastricata e circondata da caratteristiche palme: lì sorge la chiesa Madre dedicata al S.S. Salvatore. Danneggiata anch’essa dal sisma e restaurata, domina la piazza con la propria, bianca facciata in parte barocca e in parte neoclassica. Gli interni sono ricchissimi di pregiatissimi stucchi del palermitano Giacomo Serpotta, vissuto tra il XVII e il XVIII secolo. Risalendo ancora il corso si eleva il campanile di San Francesco D’Assisi, presenza imponente sui ruderi dell’omonimo convento, con una guglia in mosaico. Simbolo odierno della cittadina, è diventato una torre con l’orologio.

Tutto questo sorge nel cuore di Partanna e conserva ancora un’atmosfera davvero rara. Specialmente, ribadiamo, se avrete il piacere di visitare questo interessantissimo borgo in una domenica mattina, a primavera inoltrata.

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