Agira: tra storia, miti e leggende

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Già soltanto a pronunciarne il nome – Agira – la mente inizia a immaginare storie. Siamo nel cuore della Sicilia, in quella provincia di Enna che, nascosta oltre le piste più battute, continua a preservare tesori paesaggistici e storici di valore immenso. Agira, a guardarla da lontano, la vedi arrotolarsi attorno al cocuzzolo del monte Teja, a quasi settecento metri d’altezza sul livello del mare, come fosse un’avvolgente spirale. Con i suoi settemilacinquecento abitanti è il settimo paese della provincia per popolazione. Ma da dove deriva il nome di questa cittadina? Appare abbastanza scontato far riferimento all’antichissimo e inespugnabile sito di Agyrion, colonizzato dai Greci trecento anni prima di Cristo, su un insediamento sicano. Ma probabilmente si fa riferimento al capo degli stessi Sicani, Agyris, che la fondò. Le origini di Agira, quelle primordiali, risalgono comunque alla preistoria. Questo preambolo serve a dimostrare quanto interessante possa essere un viaggio da quelle parti, alla scoperta di miti affascinanti.

Certo, arrivare ad Agira non è semplice, bisogna avventurarsi lungo un itinerario poco conosciuto. Ma non è ancora più bello scoprire “strade nuove”? Il mio consiglio è quello di percorrere la A19, uscire allo svincolo di Enna e godersi la S.S.121, che da quelle parti si intrufola tra le montagne, passando prima per Leonforte e poi per Nissoria. Non è un cammino “agevole”, ma alla fine ne sarà valsa la pena. Lungo i tornanti che salgono in paese, prima di addentrarsi tra le case del borgo, si può visitare il cimitero di guerra canadese, per concedersi alcuni momenti di riflessione leggendo, sulle lapidi dei quasi cinquecento soldati sepolti, la giovane età in cui morirono. Basterebbe questo per ripudiare ogni forma di guerra. L’operazione “Husky”, lo sbarco in Sicilia delle forze alleate avvenuto nel luglio del 1943 sulle coste orientali dell’isola, portò migliaia di uomini a morire nella nostra terra. Dal memoriale si può ammirare anche un bellissimo panorama che vede l’Etna stagliarsi in cielo, oltre il lago Pozzillo, sulla cui sponda opposta sorge la cittadina di Regalbuto.

Entrati in paese meritano senz’altro una visita le rovine del castello medievale, una fortezza le cui origini e le cui storie camminano parallele a quelle del borgo. Tutte le dominazioni passate da qui hanno lasciato qualcosa a quest’avamposto militare che, dall’alto della propria posizione, controllava tutta la vallata. Sin dagli antichi miti, dai Lestrìgoni di omerica memoria, passando per i padri Sicani e Siculi, fino alle dominazioni più “recenti”, dagli Arabi agli Svevi. E sono proprio sveve le ultime tracce che rimangono, resti di torri e di mura perimetrali. Ma è bello attraversare il tempo, compenetrandosi in questi ruderi, testimoni infallibili di un passato memorabile. Andiamo avanti incuneandoci nei meandri del borgo, secondo un’utopica sequenza allineata da splendide chiese, tutte custodi di pregiate opere d’arte. Andiamo avanti partendo dalla chiesa dedicata al Santo Patrono, Filippo, un migrante arrivato dall’oriente nel VII secolo dopo Cristo, un esorcista che si dice fu capace di scacciare il demonio ingaggiando con lui non solo una lotta spirituale, ma anche una sorta di lotta fisica. San Filippo lo costrinse a fuggire attraverso un buco ancora visibile visitando la “grotta perciata”, custodita in una chiesetta sita un isolato più a sud rispetto all’Abbazia, com’è anche nota la chiesa dedicata al Patrono.

Proseguendo lungo l’asse principale del paese, lungo la via Roma che poi si restringe nella via Vittorio Emanuele, si arriva in piazza Garibaldi, ribattezzata “Sant’Antunino” in quanto dominata dalla chiesa intitolata al Santo di Padova. Costruita agli inizi del XVI secolo, mostra uno splendido campanile con mosaico. Ricostruita subito dopo il terremoto del 1693, subì gravissimi danni, soprattutto agli affreschi, a causa di un incendio nel 1869. Ciò che fu risparmiato è visibile ancora oggi nelle sembianze originali. A pochi passi sorge il Palazzo Comunale. Se alziamo gli occhi ancora verso sud, ecco che lo sguardo viene catturato dal profilo austero e neoclassico della chiesa di Santa Margherita. Narra la leggenda che la chiesa fu costruita in tempi immemori su un antico tempio pagano dedicato a Ercole. La posizione dell’edificio fa proprio pensare alla possibilità che la leggenda sia in effetti realtà.

Per perdersi, come spesso è piacevole fare, tra i vicoli di Agira, basterà entrare nel vecchio quartiere delle Rocche, arabeggiante in tutte le proprie componenti, soprattutto nella mappatura delle stradine e dei vicoli, spesso chiusi e riservati agli ambiti familiari di storica discendenza. Tra scalinate e cortiletti, ci si immerge in modalità di vita ormai scomparse, ma rimaste nella nostra memoria più profonda. Un’ultima annotazione “gastronomica”: è obbligatorio gustare le “cassatelle” di Agira, mezzelune di pastafrolla ripiene di pasta di cacao, mandorle e scorza di limone. Dedicate e rifinite poi in tanti gusti. Di quelle prelibatezze che lasciano il segno e la salda volontà di tornare.

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