VINCENZO SAMMARTANO – Marsala ha scelto. Gli elettori hanno eletto Andreana Patti nuova sindaca della città, premiando una coalizione larga, anzi larghissima. Dietro di lei si piazza Massimo Grillo, mentre Giulia Adamo chiude al terzo posto. Distaccato Leonardo Curatolo.

Ma oltre il risultato finale, sono i flussi di voto a raccontare la vera storia politica di queste amministrative. E con essa anche le responsabilità della leadership del centrodestra.
Il primo dato è la vittoria netta di Patti. La nuova sindaca ottiene 20.963 voti, mentre le liste della sua coalizione si fermano a 19.211. Significa che Patti conquista circa 1.750 voti personali in più rispetto ai partiti e alle civiche che la sostenevano.
Il secondo dato riguarda Massimo Grillo. Il sindaco uscente ottiene 13.804 voti personali, mentre le sue liste si fermano a 9.770. La differenza supera i 4.000 voti.
Tradotto politicamente, significa che Grillo conserva ancora un forte consenso personale in città, molto più ampio della struttura politica che lo sosteneva.
Il terzo dato riguarda il vero sconfitto politico della tornata: Giulia Adamo.
I numeri sono impietosi. Le liste collegate ad Adamo raccolgono 10.084 voti, ma la candidata sindaca si ferma a 6.342. Mancano quasi 3.750 voti.
Significa che una parte consistente degli elettori che hanno scelto le liste del centrodestra non ha poi votato Adamo sindaca.
Dove sono andati quei voti? I flussi sembrano abbastanza chiari. Una parte importante dell’elettorato dei partiti di centrodestra ha scelto Massimo Grillo come opzione di continuità amministrativa. Un’altra parte, più limitata, ha premiato Patti, percepita come candidata più competitiva e aggregante.
Le amministrative 2026 consegnano quattro considerazioni politiche.
La prima: Andreana Patti ha costruito una coalizione capace di intercettare consenso sia a sinistra sia nell’area moderata.
La seconda: Massimo Grillo conserva un importante patrimonio personale di voti ed esce politicamente meno sconfitto di quanto dica il risultato finale.
La terza: Giulia Adamo disponeva di una coalizione competitiva sul piano dei simboli e del radicamento, ma non è riuscita a trasformarla in consenso diretto.
La quarta: il voto disgiunto è stato il vero protagonista di questa elezione e ha punito severamente la leadership di Fratelli d’Italia, Forza Italia e Lega, incapace di interpretare fino in fondo gli orientamenti del proprio elettorato. La divisione del centrodestra si è trasformata così in un clamoroso autogol politico.

























