VINCENZO SAMMARTANO – Blocco navale. Difesa dei confini. Nell’estate 2019, con Matteo Salvini al Viminale e la linea politica della Lega incentrata sulla chiusura dei porti, il caso della Sea Watch 3 divenne uno scontro simbolico tra il Ministero dell’Interno e le ONG impegnate nel soccorso in mare.
Dopo l’ingresso nel porto di Lampedusa ci fu l’arresto della comandante Carola Rackete e l’imbarcazione venne sottoposta a fermo amministrativo.
La ONG fece ricorso. La legge prevede che, in caso di impugnazione di un fermo, l’autorità competente – in questo caso la Prefettura – debba pronunciarsi entro un termine preciso. Se ciò non avviene, il ricorso si intende accolto automaticamente: è il meccanismo del cosiddetto silenzio-accoglimento, previsto a tutela del cittadino contro l’inerzia dell’amministrazione.
Quel termine non fu rispettato. La nave rimase bloccata nel porto di Licata per settimane. Da qui il danno e l’accoglimento della richiesta di risarcimento.
Al di là delle contrapposizioni politiche, resta un dato: l’imbarcazione è rimasta ferma più a lungo di quanto consentito. E quando un comportamento illegittimo genera un danno economicamente quantificabile, a pagare è chi quel danno lo ha creato.
La propaganda non può collocarsi al di sopra delle norme, perché quando accade si incrina il principio dello Stato di diritto. Attaccare gratuitamente i magistrati che le leggi le applicano e non le scrivono è un tremendo autogol in vista del referendum costituzionale.




























