
Quando Giuseppe Tomasi di Lampedusa creò la sua Donnafugata “immaginaria” seguì, più o meno inconsciamente, l’impeto del proprio cuore. Così, nel comporla, al centro della cittadina piazzò la residenza familiare alla quale era più legato. Nella sua mente e tra le pagine del libro la piazzò tra il monastero e la chiesa di Palma di Montechiaro, come in un moderno gioco del “monopoli”. Piazzò quel palazzo Filangeri Cutò, di discendenza materna, che oggi arricchisce con la propria asciutta imponenza il paese di Santa Margherita di Belìce, in provincia di Agrigento. Il feudo omonimo, di proprietà della famiglia Corbera, di discendenza spagnola, era passato ai Filangeri a seguito del matrimonio tra Elisabetta Corbera e Giuseppe Filangeri Lanza, celebrato nel 1608. Verso la fine dello stesso secolo poi i Filangeri, oltre a rendere ancora più prosperoso il feudo, provvidero a far edificare il palazzo che da allora porta il loro prestigioso e araldico nome. Il forte legame tra lo scrittore e il palazzo in questione iniziò a saldarsi sin dalla sua infanzia. Quando, cioè, Giuseppe Tomasi trascorreva le estati nella residenza degli avi materni. Lo fece ininterrottamente dal 1905 al 1914. Tutti noi, inevitabilmente, restiamo legati a quel periodo di formazione della nostra vita e lo scrittore allora aveva appena nove anni, l’età più “bella”, l’età delle prime esperienze e di quella crescita fisica e psichica che, seppur senza apparire, inizia a formare la coscienza di ogni individuo. Così a quella dimora restano senza dubbio legati i ricordi più nitidi e sereni di un ragazzo che, una volta superata la difficile fase dell’adolescenza, si apprestava a diventare adulto.
Oggi il palazzo è stato in buona parte restaurato ed è godibilmente visitabile. Infatti era andato distrutto durante il terremoto del gennaio del 1968, le cui scosse avevano risparmiato soltanto la facciata. Oggi è sede del Municipio, del Museo del Gattopardo, dell’Istituzione Parco Letterario “Giuseppe Tomasi di Lampedusa” e del Teatro Sant’Alessandro. Ma cosa fu, realmente, Palazzo Filangeri Cutò nel romanzo “Il Gattopardo”? La risposta potrebbe sembrare assolutistica, ma per chi ha letto il capolavoro o anche solo visto il film di Visconti, appare subito scontata: nel romanzo la residenza estiva dei Salina rappresenta praticamente tutto. Quel legame affettivo, a cui accennavo prima, prorompe con tutta la propria forza tra le pagine, sin dall’arrivo della famiglia del Principe a Donnafugata e ne costituisce i cardini. Tra le numerose stanze dell’edificio, che sembrano risuonare continuamente di riti e di abitudini che potrebbero apparire come quelli di una famiglia qualunque, anche la colazione o il pranzo si elevano a tradizioni secolari dalle quali trasuda, seppur nella decadenza di un periodo di apparente transizione, solo e sempre bellezza. Il ballo “infinito” che sembra mettere in chiaro tante cose, tra le stanze sfarzose del palazzo, è poi fuorviante, visto che “tutto cambia affinché niente cambi”. Un po’ come nella vita di Giuseppe Tomasi, andata avanti in quell’annoiata monotonia che nel novecento, fin dopo l’ultima guerra, ha contraddistinto tante famiglie il cui titolo nobiliare finiva per pesare come un macigno. Cosa possiamo trovare all’interno del palazzo che domina la via Duomo, che si allarga a formare una piazza, a Santa Margherita di Belìce?
“Il palazzo Salina era attiguo alla Chiesa Madre. La sua breve facciata con sette balconi sulla piazza non lasciava supporre la sua smisuratezza che si estendeva indietro per duecento metri: erano dei fabbricati di stili differenti, armoniosamente uniti però intorno a tre vasti cortili e terminanti in un ampio giardino tutto cintato. All’ingresso principale sulla piazza i viaggiatori furono sottoposti a nuove manifestazioni di benvenuto”
Un tempo il palazzo poteva esser considerato una sorta di labirinto, contando circa trecento stanze. Oggi gli spazi interni, dopo la ricostruzione, sono stati per buona parte rimodulati. Molti degli stessi sono stati accorpati in base all’uso stabilito. Gli ambienti interni sono stati rielaborati per rendere viva l’atmosfera del romanzo. Le statue di cera a grandezza naturale dei protagonisti, compreso il gigantesco alano Bendicò, accolgono il visitatore così come fossero personaggi ancora esistenti. Nelle teche d’esposizione ordinatamente “disposte” nel museo si possono ammirare il manoscritto originale del Gattopardo, con le correzioni apportate dall’autore, oltre a lettere, ispirati appunti tracciati d’istinto e antiche foto d’epoca. Alcuni schermi e postazioni audio consentono di ascoltare vecchie registrazioni, tra cui quella preziosissima in quanto unica che fa rivivere la voce dello scrittore. Si tratta di un’incisione su nastro magnetico nata quasi per gioco una mattina del 1956. Il figlio adottivo dello scrittore, Gioacchino Lanza Tomasi, aveva ricevuto in dono un registratore e chiese a Giuseppe Tomasi di leggere qualcosa ad alta voce. Lo scrittore lesse così i passaggi del suo celebre racconto “Lighea”. Il nastro a bobina è pervenuto privo dell’incipit della storia, ma costituisce l’unica testimonianza sonora esistente al mondo della voce dell’autore, registrata un anno prima della sua morte, avvenuta nel 1957. Ascoltandola all’interno del museo, è possibile percepire la tipica pronuncia e il tono colto e aristocratico di un gentiluomo siciliano dell’epoca. Naturalmente, all’interno del museo, non mancano interviste al cast che prese parte al film capolavoro realizzato da Luchino Visconti e abiti di scena.
All’esterno un giardino circonda il palazzo, situato a un livello inferiore rispetto all’edificio. Fu realizzato alla fine del XVII secolo da maestri palermitani e inizialmente arricchito con vegetazione principalmente esotica, secondo la moda del tempo. Oltre chiaramente ad alberi d’agrumi, quasi a rappresentare la tipicità siciliana. Si vedono quattro fontane, di cui due a forma di quadrifoglio, una grande fontana circolare con un isolotto di piante al centro e una fontana rettangolare, chiamata “la fontana dei bambù”. In origine in una grande vasca si allevavano anguille del fiume Belice, destinate alla tavola dei nobili residenti. Tornando dalla parte opposta, troviamo ben due statue in bronzo dello scrittore: una all’ingresso del palazzo, che lo rappresenta seduto, quand’era bambino, in ricordo dei tempi della sua infanzia felice da queste parti. L’altra proprio di fronte alla facciata del palazzo, alla soglia dei sessant’anni, mentre tiene sottobraccio un libro, sicuramente il suo Gattopardo.
“Dopo un’ora il Principe si svegliò rinfrescato e discese in giardino. Il sole già calava e i suoi raggi, smessa la prepotenza, illuminavano di luce cortese le araucarie, i pini, i robusti lecci che facevano la gloria del posto. Il viale principale scendeva lento fra alte siepi di alloro incornicianti anonimi busti di dee senza naso; e da in fondo si udiva la dolce pioggia degli zampilli che ricadevano nella fontana di Anfitrite”
La visita al complesso di palazzo Filangeri Cutò sprigiona tutto il fascino di un mondo che non c’è più e aiuta a rendere ancor più comprensibili, semmai ce ne fosse bisogno, le pagine di un romanzo che, qui, è possibile toccare con mano.



























