
“Le carrozze con i servi, i bambini e Bendicò andarono direttamente al palazzo, ma, come voleva un antichissimo uso, gli altri prima di mettere il piede in casa dovevano assistere a un Te Deum alla Chiesa Madre”
E già, la colonna di casa Salina arriva a Donnafugata e quindi arriva a quella che, seppur nel luogo geografico dove sta Santa Margherita Belìce, altro non è che la cittadina di Palma di Montechiaro. Giuseppe Tomasi di Lampedusa si recò per la prima e unica volta in vita sua a Palma di Montechiaro nel 1955, praticamente due anni prima della morte e quindi nel pieno fermento della stesura del “Gattopardo”. Vi si recò perché crebbe in lui il prorompente bisogno, vista l’opera a cui aveva messo mano, di trovarsi di fronte alle origini della propria famiglia. Per inquadrarle nella composizione di quella “Donnafugata immaginaria”, dove stava ambientando la parte fondamentale del romanzo. Quel viaggio e la visita effettuata furono importantissimi, per l’impatto emotivo e visivo con quei luoghi e con quel ritorno al passato. E gli offrirono l’ispirazione decisiva per modellare la forma e l’atmosfera del paese del romanzo, dimora estiva della famiglia Salina.
Palma di Montechiaro era stata fondata nel 1637 da Carlo, che alcuni mesi prima aveva ottenuto la “licentia populandi”, e Giulio Tomasi, fratelli, antenati dello scrittore. Prese subito il semplice nome di “Palma”. La cittadina sorse nella baronia di Montechiaro e il toponimo venne aggiunto poco più di due secoli dopo. Palma, sin dalla sua fondazione, venne concepita come luogo fortemente spirituale, come una sorta di “Nuova Gerusalemme”. Il duca Giulio, subentrato al fratello Carlo, proprio per il suo fervore religioso, viene ricordato come “il Duca Santo”. Sposò Rosalia Traina, donna anch’ella molto devota. Il matrimonio, dopo sei figli, venne sciolto “in vita” dal Papa e i coniugi intrapresero strade diverse, anche se ugualmente votate a Dio. Giulio andò a vivere da eremita, mentre Rosalia entrò in monastero assieme alle figlie. Una di queste, Isabella, entrata in convento con il nome di suor Maria Crocifissa della Concezione, era riuscita nell’impresa di far costruire appunto il monastero, dove adesso è sepolta. Dopo aver vissuto da Santa in questo mondo e, come si narra, esser stata tentata più volte dal demonio. Tomasi di Lampedusa, nel romanzo, identifica la propria antenata come la “Beata Corbera”, l’antenata sulla cui tomba per i Salina era tradizione andare a pregare all’arrivo a Donnafugata. Ma perché tutto questo? La particolarità della storia nasce dal fatto che un giorno il Demonio aveva preteso che suor Maria Crocifissa firmasse una lettera da lui dettata, scritta in caratteri indecifrabili, che andavano dal latino al cirillico fino al sanscrito, per accettare le condizioni lì riportate. Ma lei, ingannandolo dopo una strenua lotta anche terribilmente fisica, con il maligno che per terrorizzarla aveva scagliato addirittura un grosso sasso contro la porta della chiesa, la firmò non con il suo nome, bensì con l’esclamazione “ohime!”. Unica parola leggibile sul papiro. Ancora oggi la pietra e la lettera sono conservate nel monastero benedettino di Palma di Montechiaro. La pietra è visibile in una teca vicino la tomba, la lettera se ne sta ben nascosta negli archivi.
“Abitudini secolari esigevano che il giorno seguente all’arrivo la famiglia Salina andasse al Monastero di Santo Spirito a pregare sulla tomba della Beata Corbera, antenata del Principe, che aveva fondato il convento, lo aveva dotato, santamente vi era vissuta e santamente vi era morta”
Ebbene, posso assicurarvi che il Monastero Benedettino, che Giuseppe Tomasi nel romanzo converte appunto in “Monastero di Santo Spirito”, è un gioiello, ma di quelli con la “G” maiuscola. Non è poi così difficile visitarlo, come potrebbe far supporre il fatto che si tratti di uno degli ultimi conventi di clausura esistenti in Sicilia. Come sempre…basta chiedere. Le monache, ormai ridottesi a due sole unità, alla fine, sono disponibilissime. E poi, la mattina presto, viene sempre celebrata la Santa Messa. Altra esperienza semplice, ma mistica. La costruzione, durata sei anni e terminata nel 1659, inglobò l’originario palazzo ducale poi spostato alcune centinaia di metri più avanti. Il Monastero si trova dunque su una gradinata semicircolare, in una piazza quadrata con le strade che si incrociano nel luogo che un tempo era indicato dalla colonna con la croce. Ha un aspetto semplice con finestre prive di decorazioni, ma l’effetto d’insieme è davvero splendido e offre subito l’idea di “raccoglimento”. Ci sono poi un cortile interno con finestre decorate in stile barocco e un parlatorio, da cui si accede a un giardino con alberi e una scultura della Madonna con San Benedetto. L’attuale palazzo ducale fu poi costruito a due passi dal belvedere che abbraccia la vallata fino all’orizzonte, dopo che il primo venne inglobato nel monastero. Restaurato di recente mostra un esterno semplice e compatto con due grandi facciate, una verso il mare e l’altra a oriente. L’edificio è caratterizzato da soffitti lignei dipinti, che coprono le otto sale del primo piano. Tra tutti mi piace segnalare quella con lo stemma ducale dei Tomasi e la sala angolare che conteneva l’arme dei Tomasi col leopardo rampante sul profilo del monte a tre cime. Ma torniamo alla Chiesa Madre, con cui abbiamo aperto l’articolo citando l’arrivo dei Salina a Donnafugata. Si trova tra il monastero e il palazzo ducale. Diventata simbolo della città, visto che, ben alta sulla sua scalinata, è visibile persino da chi, percorrendo la S.S.115 verso Licata e poi Gela, aguzza la vista e si volge lo sguardo verso la cittadina. A colpire la fantasia di tutti e anche la mia sin da quando ero bambino, sono le due torri campanarie che svettano fino alle cupole sormontate ciascuna da una bandiera che sanno tanto di medioevo. La storia della chiesa corre parallela alla storia stessa del centro abitato e sorge ove prima se ne stava la chiesetta di San Giuseppe, poi demolita. Per questo all’interno della chiesa è sorta una cappella consacrata a San Giuseppe.
“I mortaretti sparavano mentre si saliva la scalinata e quando il piccolo corteo entrò in Chiesa, Don Ciccio Tumeo, giunto col fiato grosso ma in tempo, attaccò con passione Amami Alfredo. Il duomo era stipato di gente curiosa fra le sue tozze colonne di marmo rosso; la famiglia Salina sedette nel coro e durante la breve cerimonia Don Fabrizio si esibì alla folla stupendo; la Principessa era sul punto di venir meno per il caldo e la stanchezza, e Tancredi col pretesto di cacciar via le mosche sfiorò più d’una volta il capo biondo di Concetta. Tutto era in ordine e dopo il fervorino di monsignor Trottolino tutti s’inchinarono dinanzi all’altare”
E già, le “tozze colonne di marmo rosso”. Entrando nel Duomo, dedicato a Maria Santissima del Rosario, quelle colonne non c’è certo bisogno di cercarle. Visto che ti vengono “sbattute” in faccia dalla loro stessa, possente presenza. E lì, così, che vengono fuori tutte le atmosfere magiche del romanzo, ma anche del film di Luchino Visconti, capolavoro che rese ancor più giustizia a un altro capolavoro. Basta solo chiudere gli occhi e provare a sentire le note del “Valzer Brillante” di Giuseppe Verdi. Palma di Montechiaro conserva oggi, senza cedere a fasti, vestigia preziose, rese leggendarie da una storia senza tempo. Che in Sicilia ricalca ancora tutto lo spirito dell’isola e dei suoi abitanti.



























