
La popolosa cittadina di Carini – oltre quarantamila abitanti, la terza della provincia di Palermo – assurse all’attenzione di tutti quando, nel 1975, il regista Daniele D’Anza propose sul primo canale della Rai lo sceneggiato a puntate “L’amaro caso della baronessa di Carini”, con Ugo Pagliai, Janet Agren e Adolfo Celi. Il film riportò alla luce un fatto di cronaca, dai contorni molto oscuri, avvenuto attorno alla metà del XVI secolo: l’uccisione della baronessa Laura Lanza e del suo amante, Ludovico Vernagallo, per mano del marito della stessa, tra le mura del castello che domina la città. Quella “mano insanguinata”, sul muro di una delle stanze del maniero, turbò per settimane il sonno degli Italiani. A quel tempo trasmettevano solo i primi due canali della Rai, per cui ogni evento era seguito da tutto il paese e diveniva spesso un “caso” nazionale. Ma cosa c’è di vero in una leggenda vecchi ormai più di cinque secoli?
Il castello è lì, imperitura testimonianza di un’epoca lontana, quando la Sicilia era governata da Signori e Signorotti, di molti dei quali ormai resta soltanto il titolo. Il castello venne costruito dal feudatario normanno, il primo di tutti, Rodolfo Bonello, che ebbe in gestione il feudo grazie alla sua opera militare prestata a favore del Conte Ruggero I di Sicilia, nei primi decenni dell’anno mille. Un secolo dopo divenne di proprietà della famiglia Abate: il castello iniziò a poco a poco a essere trasformato in dimora residenziale, abbandonando le proprie origini difensive. Venne poi espropriato dal re Martino I che, nel 1397, affido la Terra di Carini a Ubertino La Grua, “miles” palermitano, che concesse in sposa la figlia Ilaria a Gilberto Talamanca, catalano. Così ebbe origine la casata La Grua – Talamanca. Appunto quella presa in considerazione dallo sceneggiato di Daniele D’Anza. Ma torniamo alla tragica vicenda della Baronessa. Il primo dubbio, mai chiarito dallo sceneggiato, è: a uccidere donna Laura fu effettivamente il marito, Don Vincenzo La Grua o fu piuttosto il padre, Don Cesare Lanza? La versione che ne esce fuori è che il primo venne “coperto” proprio dal suocero, spostando in avanti sui documenti anche la data della morte. Così come sembra apparire dagli atti ufficiali.
La contemporanea uccisione dell’amante di lei, appartenente alla famiglia rivale dei Vernagallo, alla quale probabilmente una parte delle terre era stata usurpata, complica ancora di più la cosa. Trasformandola da “delitto d’onore” a “regolamento di conti” per motivi d’opportunità. Don Cesare comunque verrà assolto, Don Vincenzo addirittura completamente estromesso da colpe. La storia sarà tramandata grazie ai cantastorie e ai “cunti” che passavano di paese in paese, tra canzoni e poesie. Narra comunque la leggenda più popolare, nata da quel fatto di sangue, che la mano insanguinata della Baronessa, trascinata sul muro al momento del delitto, riappaia una volta l’anno, in occasione dell’anniversario del drammatico fatto.
Il castello, di chiara architettura normanna, è regolarmente visitabile e si trova ben elevato a pochi passi dal centro. Entrando nel piano terreno vi è una stanza con volta a crociera che originariamente era un muro esterno. Un altro vano, privo del pavimento, mostra le fondamenta di strutture precedenti. Un grande salone è diviso da due arcate con colonna centrale. Molto particolare è la cappella, che espone un tabernacolo ligneo degli inizi del seicento, tra i pezzi più antichi presenti tra le mura. Al piano superiore troviamo un portale marmoreo, dove si trovano diverse iscrizioni che rendono l’idea delle successioni del castello e delle sue trasformazioni nel corso dei secoli. Si può poi accedere al salone delle feste, caratterizzato da un soffitto ligneo, realizzato in concomitanza con i lavori di riammodernamento fatti dai La Grua-Talamanca durante i passaggi continui fra le generazioni e gli apparentamenti con altre ricche casate dell’epoca. Da vedere e ammirare poi le altre stanze più piccole, splendidamente affrescate.
Lasciamo comunque il castello e le sue fosche leggende. Carini ha una storia molto più antica. Carini, infatti, era l’antica Hyccara, insediamento d’origine sicano, evocato da Tucidide, ambito e frequentato dai Fenici e conteso tra i tanti eserciti che affollarono la Sicilia, ai tempi in cui Siracusa dominava la scena. Hyccara venne infatti distrutta dagli Ateniesi nel 415 a.C. quando Nicia portò oltre cinquemila uomini sull’isola per combattere i Siracusani. I superstiti si allontanarono dal mare e rifondarono, attorno al 370 a.C., quella che chiamarono Iccara, in un luogo distante dalla costa. Proprio per restarsene più protetti, tra i boschi in altura, e meno ambiti. Tutto il resto porterà poi alla dominazione normanna, fino al già citato Conte Ruggero. Carini non è solo il castello. In piazza Duomo la bella Chiesa Madre, dedicata all’Assunta, venne costruita nel XV secolo, quando fini per inglobare la cappella di San Sebastiano e, soprattutto, l’oratorio del S.S. Sacramento. Si trova praticamente al centro della cittadina. Nei pressi sarà interessante visitare la Chiesa degli Agonizzanti, i cui interni vi potrebbero anche lasciare senza fiato. Tra stucchi e affreschi che arricchiscono le pareti e l’altare, concentrati nelle piccole dimensioni dell’edificio e avvolgenti nell’effetto che regalano.
Carini, insomma, deve senz’altro la sua fama ai misteri del castello, ma è capace di offrire tanti angoli piacevoli e non esenti da sorprese. Insomma, Carini è una cittadina che una visita intensa la merita tutta. E poi arrivarci è semplice, uscendo all’omonimo svincolo della A19, il primo dopo l’aeroporto di Punta Raisi. Non ve ne pentirete.



























