MIRIAM DI GIROLOAMO – La vicenda di Miriam Indelicato non è soltanto una tragedia personale. È uno specchio, doloroso e spietato, un disagio sempre più diffuso tra i giovani.
Una ragazza di 23 anni, una famiglia arrivata a Roma per celebrare un traguardo, la laurea, simbolo per eccellenza di riuscita, riscatto, futuro. E invece, al posto della festa, il silenzio irreparabile della morte.
A rendere ancora più lacerante questa storia è il dettaglio emerso nelle ore successive: Miriam non risultava più iscritta all’università già dal 2024. Quel traguardo atteso, annunciato, condiviso, probabilmente non esisteva.

In questo scarto tra realtà e aspettativa si annida un tema che non possiamo più permetterci di ignorare.
Viviamo in una società che misura il valore delle persone attraverso i risultati. Titoli di studio, carriere lineari, obiettivi raggiunti nei tempi “giusti”. Un modello che non ammette deviazioni, che non contempla pause, fragilità, fallimenti. E soprattutto, che non insegna come affrontarli.
Per molti giovani, il peso di queste aspettative diventa insostenibile. Non si tratta soltanto della pressione esterna — quella familiare, sociale, culturale — ma di una pressione interiorizzata, che trasforma ogni inciampo in una colpa, ogni ritardo in una vergogna, ogni difficoltà in un fallimento personale.
Così nasce il silenzio. Così nascono le omissioni. Piccole verità taciute che diventano, giorno dopo giorno, un macigno impossibile da sostenere.
Viviamo costantemente sospesi tra ciò che mostriamo e ciò che siamo davvero.
Come racconta Luciano Ligabue nella canzone “Tra palco e realtà”, esiste una distanza spesso invisibile tra il “palco” e la “realtà”, tra l’immagine che costruiamo per gli altri e le fragilità che restano nascoste.
È in quello spazio che molti giovani oggi si perdono, costretti a restare all’altezza delle aspettative mentre dentro affrontano un peso che non riescono più a sostenere.
Il punto più drammatico è quando il suicidio viene percepito come una via di fuga. Non come una scelta, ma come un’uscita di emergenza da un sistema che appare senza alternative. Una porta apparentemente più semplice da attraversare rispetto all’affrontare il giudizio, la delusione, il senso di inadeguatezza.
Ma il suicidio non è una soluzione.
Non lo è perché non risolve il dolore, anzi lo trasferisce, amplificato, su chi resta.
Non lo è perché interrompe ogni possibilità di cambiamento, di ricostruzione, di riscatto. Non lo è perché trasforma un momento, per quanto buio, in una fine definitiva.
Dobbiamo avere il coraggio di dirlo con chiarezza: fallire non significa non valere. Fermarsi non significa essere perduti. Cambiare strada non è una sconfitta.
Serve un cambio di paradigma. Serve una società che smetta di premiare solo la performance e inizi a riconoscere la complessità delle persone.
Serve un linguaggio nuovo, capace di accogliere le fragilità senza giudicarle.
Serve, soprattutto, la capacità di ascoltare davvero.
Alle famiglie, alle istituzioni, al mondo accademico spetta una responsabilità enorme: creare spazi in cui i giovani possano sentirsi liberi di dire “non ce la faccio” senza temere di essere meno amati, meno stimati, meno degni.
La storia di Miriam ci obbliga a fermarci. Non per cercare risposte semplici, che non esistono, ma per porci le domande giuste.
Che tipo di successo stiamo insegnando?
Che prezzo chiediamo ai giovani per sentirsi all’altezza?
E soprattutto: siamo ancora capaci di riconoscere il valore di una persona al di là dei suoi risultati?
Se non affrontiamo queste domande, tragedie come questa continueranno a ripetersi, nel silenzio, nella solitudine, nell’incomprensione.
E ogni volta sarà troppo tardi.
A Dio, A Dio, Miriam.
A Dio, a tutti coloro che non hanno avuto la forza di restare, nonostante tutto.


































