Castanìa, il paese perduto

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Si torna sui Nebrodi. Castell’Umberto oggi è un borgo di circa tremila abitanti, a 660 metri sul livello del mare, immerso tra boschi di ulivi, castagni e noccioli, sulle colline che guardano la valle del fiume Fitalia. Si arriva da Capo d’Orlando, attraverso la Strada Statale 116. Il nuovo centro storico fu edificato alla fine del XIX secolo. Stavolta il terremoto non c’entra: furono le continue frane a rendere inevitabile la scelta di trasferire un po’ più su l’abitato di Castanìa, in una zona meno “instabile”. Il “nuovo” e civettuolo paese sembra aver poco a che fare con quello che andremo a visitare, con quello scrigno ricco di storia che rende il borgo affascinante come una leggenda ovattata dai secoli.

Il paese antico, abbandonato man mano che quello nuovo veniva completato, gioca a rimpiattino. Per andarlo a “scoprire”, una volta usciti da Castell’Umberto, basta percorrere la S.P. 154 per un paio di chilometri in discesa verso sud. Affrontando qualche tornante nemmeno troppo accentuato. Poi si va a imboccare un sentiero, continuando ad andare avanti a piedi. Troviamo così questo borgo fantasma mai dimenticato e forse mai abbandonato del tutto. Ci si addentra in un luogo dove i ruderi non sono ruderi, visto che non sono mai andati distrutti, ma solo “corrosi” dall’incedere del tempo. Che paradossalmente, nel bene e nel male, è diventato custode di un passato che rende onore a se stesso. Già, perché se visitando la nuova Castell’Umberto si ammirano stile ed eleganza, sarà solo passeggiando tra le sue vestigia che potremo estrapolarne il motivo. Castanìa non è un sito di resti amorfi, ma conserva intatta una geometria che permette ancora di respirarne l’essenza. Chiese, fortilizi, mura: tutto gira attorno all’agorà, dove la vita del paese trovava il proprio punto di socializzazione. Nel periodo medievale il borgo fu confine tra culture. I ruderi di diversi castelli e gli “scheletri” di numerose torri parlano di un passato misterioso. Una quarantina di chiese sono state localizzate e identificate dagli archeologi. Le origini del nome Castanìa sono dense di mistero. Forse deriva da “Castrum Aenea”, la “Fortezza di Enea”. Oppure da un’antica città della Tessaglia, da cui sarebbero arrivati i profughi che l’avrebbero colonizzata. Più romantico è il pensiero che potrebbe ricordare i castagni, da sempre tipici di queste colline. E comunque durante la dominazione saracena (827 d.C.) il luogo era già conosciuto come “Quastania”.

La piazza, rivestita da pietra dai toni ocra ben levigata, si allarga e converge al centro, verso un foro che probabilmente serviva a smaltire eventuali accumuli d’acqua dopo le piogge. Era di tutti e, allo stesso tempo, organizzava tutti. Era anche luogo di decisioni politiche e anche tribunale, gestita dai feudatari. La gente comune poteva solo ascoltare e obbedire. E subire. Già, perché chi aveva il diritto di “vita o di morte” poteva ordinare supplizi o esecuzioni, di cui la piazza diveniva macabro palcoscenico. Un altro luogo associativo, poco più su, era la fontana. Che con i suoi usi molteplici rendeva agevole la vita. Là si lavavano i panni, si faceva scorta d’acqua e ci riposava rinfrescandosi.

Ma cosa si può ammirare attorno al “cuore” del paese? Le cupole ammiccano al centro e sono ben visibili al viaggiatore che approda, tra pergolati e ringhiere, in quest’angolo sospeso nel passato. Le colonne sono quelle di un convento domenicano. Alle sue spalle la chiesa di San Vincenzo Ferreri, patrono del paese. Narra la leggenda che il luogo ove sarebbe dovuto sorgere il convento fu scelto, con il lancio di un sasso, dal beato Giovanni da Pistoia, giunto a Castanìa nel XV secolo per un pellegrinaggio. Il convento era un edificio maestoso, a tre navate, che rese importante il paese. E poi, poco più in là, la chiesa di santa Barbara, con il cono della cupola ricoperto da splendidi mosaici di maiolica colorata, restaurati trent’anni fa, che ancora brillano come fossero nuovi. Un tempo all’interno c’era un altare centrale, oltre agli altari dedicati a Santa Barbara, Santa Lucia e San Gaetano. Adesso il tutto viene “immaginato” attraverso colonne e spazi vuoti. Che ben attenzionati sanno pur rendere l’idea.

La storia di Castanìa abbraccia nobili famiglie siciliane. Dai Lanza ai Sollima, fino alla famiglia Di Vincenzo nel XVI secolo. Tutto, nel vecchio centro, sembra scorrere davanti agli occhi e lungo i canali della memoria. Tra il verde, il silenzio, i profumi e il sole della nostra terra, “trascinati” dolcemente dalla curiosità e dagli affascinanti fantasmi delle origini. 

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