VINCENZO SAMMARTANO – In questo inverno, più freddo e più nevoso del solito, camminando tra le montagne della Polonia — tra Cracovia e Breslavia — si viene immersi in un silenzio raro. La neve attutisce ogni suono mentre il paesaggio assume contorni quasi fiabeschi.

È in questo contesto che il pensiero accompagna ogni passo. Si attraversano le stesse montagne che Karol Wojtyła esplorava da giovane. E proprio lì, tra il bianco della neve e il grigio delle rocce, il pensiero corre naturalmente a colui che fu definito il “Papa dei giovani”. E da qui nasce naturale il confronto tra tre Pontefici — Giovanni Paolo II, Papa Francesco e Papa Leone XIV —, tra i loro tempi, così diversi, ea loro leadership.
Giovanni Paolo II, polacco, cresciuto in una terra segnata prima dal nazismo e poi dal comunismo, ha incarnato una leadership capace di unire spiritualità e forza simbolica. Una forza che richiama quella necessaria per affrontare la montagna: costanza, resistenza, visione.
Il suo “non abbiate paura” non era soltanto un’esortazione religiosa, ma un messaggio profondamente politico. Contribuì a risvegliare le coscienze e a rafforzare, in Polonia, movimenti come Solidarność, in un contesto che avrebbe poi condotto alla caduta del Muro di Berlino. Gli storici lo riconoscono come la guida spirituale giusta al momento giusto.
Papa Francesco ha invece posto al centro del dialogo religioso non più le contrapposizioni ideologiche del passato, ma le sfide della globalizzazione e del cambiamento climatico. In un mondo segnato da disuguaglianze, migrazioni ed emergenze ambientali, il suo impatto è stato forse meno visibile sul piano politico, ma molto più profondo sul piano culturale e morale.
Infine, Papa Leone XIV, il cui stesso nome appare già molto distante dal contesto storico contemporaneo.
Le sfide di oggi ruotano attorno a conflitti regionali con implicazioni globali, spesso gestiti da una leadership politica inadeguata. A questo si aggiungono trasformazioni tecnologiche rapide, talvolta destabilizzanti per ampie fasce della società.
Tuttavia, proprio in uno dei nodi più drammatici del presente — l’escalation della violenza in Medio Oriente — di fronte anche ad accuse gravissime di genocidio e pulizia etnica, la sue parole sono apparse insufficienti, inefficaci ed inadeguate.
Ripensando alla figura di Giovanni Paolo II e a quella di Papa Francesco, emerge con forza l’importanza di una leadership religiosa che, anche senza intervenire direttamente, sappia risvegliare le coscienze. Coscienze che, a loro volta, possono influenzare un dibattito politico spesso dominato più da interessi lobbistici ed economici che da un’autentica etica sociale.
In queste prime fasi del suo pontificato, al di là di dichiarazioni di circostanza e appelli — il minimo atteso da un Papa — Leone XIV è apparso poco incisivo sul piano comunicativo.
In momenti come questi servirebbe una leadership forte. Oggi, invece, emerge il timore che Papa Leone XIV possa rivelarsi il leader sbagliato, nel posto sbagliato, nel momento storico sbagliato.



















































