C’è Donald Trump che domina il dibattito della politica internazionale. Ci sono i conflitti che rischiano di far salire la tensione nel Mediterraneo orientale. E poi c’è il referendum costituzionale sulla separazione delle carriere dei magistrati. In questo clima politico già carico, Giorgia Meloni ha scelto di intervenire duramente sul caso della cosiddetta “famiglia nel bosco”, trasformandolo ancora una volta in terreno di scontro politico.
Chiariamo subito un punto: ognuno è libero di votare “sì” o “no” al referendum secondo coscienza. Non è questo il tema. La questione riguarda piuttosto una contraddizione politica che emerge dal confronto tra due posizioni sostenute dallo stesso governo.
Nel 2023 l’esecutivo guidato da Meloni ha varato il Decreto Caivano, presentato come una risposta forte al degrado sociale e alla criminalità minorile. Il principio alla base del provvedimento è semplice: quando le famiglie non riescono a garantire educazione, istruzione e legalità ai figli, lo Stato ha il dovere di intervenire.
Ed è proprio qui che emerge il paradosso. Nel caso della famiglia che viveva isolata nei boschi tra Lazio e Abruzzo, il tribunale per i minorenni è intervenuto sulla base delle leggi vigenti — comprese quelle approvate dal governo — e delle relazioni dei servizi sociali, ritenendo necessario adottare misure di tutela per i bambini.
Di fronte a quella decisione, però, Meloni ha denunciato il rischio di uno Stato che “si sostituisce ai genitori”, riaprendo la polemica contro le cosiddette “toghe rosse”.
Ne nasce un corto circuito politico difficile da ignorare. Lo Stato di diritto vive di regole e di leggi, non di propaganda. I giudici non scrivono le leggi: i giudici le applicano.
E in uno Stato di diritto nessuno può essere al di sopra della legge, tanto meno chi quelle leggi le propone, le approva e poi finisce per contestarne gli effetti quando diventano politicamente scomodi.




























