VINCENZO SAMMARTANO – Il sovranismo italiano si rivela forte nelle parole e debole nei fatti. La linea internazionale del governo guidato da Giorgia Meloni appare sempre più decisa contro chi denuncia e molto prudente verso chi è accusato di violazioni del diritto internazionale e crimini di guerra.
Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha ribadito che alcune espressioni di Francesca Albanese non rispecchierebbero l’equilibrio richiesto a un rappresentante delle Nazioni Unite.
Lo stesso esecutivo è apparso invece silenzioso di fronte alle dichiarazioni pubbliche di esponenti del governo israeliano sulla possibilità di spingere i palestinesi fuori dalla Striscia di Gaza, così come di fronte a demolizioni ed espulsioni di palestinesi nei territori occupati della Cisgiordania.
Nel passaggio contestato, Albanese parla di un “nemico comune” non identificato in uno Stato o in un popolo, ma in un sistema politico, economico e militare che avrebbe reso possibile il protrarsi del conflitto e gravi violazioni dei diritti umani.

Un concetto analogo, seppur espresso con parole diverse, è stato richiamato anche dal cardinale Pierbattista Pizzaballa, attuale Patriarca latino di Gerusalemme.
Il risultato è un sovranismo a corrente alternata: inflessibile quando si tratta di criticare un funzionario ONU, accomodante quando si tratta di esercitare pressione diplomatica su Israele.
Una strategia politica che rischia di far perdere all’Italia la sua tradizionale posizione di ponte tra Oriente e Occidente.
Secondo alcuni osservatori, questa impostazione avrebbe contribuito ad alimentare l’allargamento del conflitto: Israele, dopo Gaza, ha spinto per un confronto con l’Iran e ha intensificato le operazioni militari nel sud del Libano.
Molti critici sostengono che Israele stia utilizzando la propria influenza per ridefinire e ampliare i propri confini, arrivando — come ha affermato il Patriarca di Gerusalemme — a una situazione in cui “a Israele è permesso ciò che viene negato alla Russia”.



























