VINCENZO SAMMARTANO – Quello che sta accadendo attorno allo sgombero di Askatasuna racconta meno di Torino e molto di più del clima politico nazionale. Mostra una tendenza ricorrente: trasformare ogni tensione sociale in una contrapposizione ideologica — rossi contro neri, ordine contro repressione — una semplificazione che spesso finisce per oscurare la complessità dei fatti e irrigidire il dibattito pubblico.

Il centro sociale è stato sgomberato nell’ambito di un’operazione collegata a indagini su presunte attività illegali. È un fatto.
Così come è un fatto che alla protesta hanno preso parte molti manifestanti pacifici e che, durante gli scontri, alcuni gruppi hanno messo in atto comportamenti violenti, con il ferimento di numerosi agenti.
Ridurre però l’intera vicenda a uno schema destra–sinistra non aiuta a comprendere ciò che accade nelle piazze contemporanee. Le frange che scelgono la violenza — qualunque sia la loro ispirazione — non rappresentano chi esercita legittimamente il diritto costituzionale a manifestare.
In questo contesto si collocano le parole pronunciate in Aula dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, che ha espresso una valutazione molto severa della manifestazione. Si tratta di una posizione politicamente legittima, ma che richiama una questione centrale per ogni Stato di diritto: la responsabilità penale è personale e la differenza tra protesta pacifica e atti violenti resta un principio imprescindibile.
Accanto alla gestione successiva degli scontri, emerge anche il tema della prevenzione. Quando esiste il rischio che una manifestazione degeneri, la tutela dell’ordine pubblico diventa una responsabilità primaria delle istituzioni, da esercitare prima degli eventi oltre che dopo — non per comprimere il diritto a manifestare, ma per renderlo effettivo in condizioni di sicurezza.
Governare, del resto, significa amministrare un Paese nella sua interezza, non soltanto parlare al proprio elettorato. Significa distinguere tra dissenso e illegalità, evitare generalizzazioni e mantenere un equilibrio credibile tra sicurezza e libertà. È su questo equilibrio che si misura la solidità di una democrazia.
Governare non è dividere. E la credibilità della leadership — a qualsiasi area politica appartenga — si misura soprattutto nella capacità di sottrarsi alla tentazione di una campagna elettorale permanente.



























