VINCENZO SAMMARTANO – Nel bacino del Mediterraneo, l’inizio dell’autunno coincide con un rito antico: la raccolta delle olive. È un momento che, da secoli, unisce lavoro, tradizione e comunità.

In Cisgiordania, però, quella che altrove è una stagione di festa si trasforma in paura. Il fragore delle bombe su Gaza e il silenzio delle istituzioni internazionali hanno riportato alla luce una realtà che si ripete da anni: coloni israeliani che attaccano i contadini palestinesi, incendiano uliveti, rubano raccolti e distruggono ciò che resta di un’economia agricola già segnata dall’occupazione.
Secondo i rapporti delle Nazioni Unite, sono già decine gli attacchi registrati nelle ultime settimane contro agricoltori e villaggi palestinesi della Cisgiordania. Molti di questi episodi avvengono sotto gli occhi dell’esercito israeliano che, invece di proteggere i civili, limita spesso l’accesso dei palestinesi ai propri campi.
Gli uliveti, simbolo di radicamento e continuità, vengono spianati dai bulldozer. Ciò che si consuma tra gli uliveti è il riflesso di un progetto più ampio: svuotare la Cisgiordania della sua popolazione contadina, spingendola all’abbandono attraverso paura e precarietà. È una forma di esproprio lenta ma efficace. Si chiudono strade, si erigono recinzioni, si rendono inaccessibili i campi. Così, anno dopo anno, la geografia dell’occupazione si espande mentre quella della sopravvivenza palestinese si restringe.
Il paradosso è che l’olivo, simbolo universale di pace, è diventato testimone di una violenza quotidiana da quello che si definisce essere il “popolo eletto”.
Di seguito il link di uno delle decine di attacchi che si sono verificati contro i contadini palestinesi.
Cisgiordania, coloni mascherati picchiano i contadini palestinesi: il video del reporter americano – la Repubblica.



























