VINCENZO SAMMARTANO – L’idea del “Grande Israele” andrebbe ben oltre i confini fissati nel 1948: comprenderebbe tutta la Palestina storica, parte del Libano, della Siria, della Giordania, dell’Iraq e persino di parte dell’Arabia Saudita. È oggi uno dei temi più controversi del sionismo e della politica israeliana contemporanea, che attraversa le correnti nazionaliste e religiose e che troppo spesso tende a confondere la religione ebraica con lo Stato di Israele.
Storicamente, il sionismo nacque come movimento pragmatico: costruire una patria per gli ebrei dispersi nel mondo. Ma con gli anni, guerra dopo guerra, la dimensione territoriale assunse un ruolo centrale. L’occupazione di Gerusalemme Est, della Cisgiordania e di Gaza alimentò il sogno che la “terra promessa” tornasse nelle mani del popolo eletto.
Questa visione, mai proclamata ufficialmente dai leader israeliani ma di fatto perseguita attraverso campagne militari e strategie di annessione mascherate da esigenze di sicurezza, porta con sé contraddizioni insolubili.
È evidente che l’idea del “Grande Israele” rende impraticabile la nascita di uno Stato palestinese, perché implica l’assorbimento permanente di territori abitati da milioni di persone senza pieni diritti. Così, il mito identitario si trasforma nella radice di un incubo politico: apartheid de facto, conflitto senza sbocco, isolamento internazionale crescente.
La domanda oggi è inevitabile: fino a che punto un’ideologia nazionale può spingersi senza consumare se stessa? L’utopia territoriale del “Grande Israele” può forse alimentare consenso a breve termine, ma rischia di condannare Israele a un futuro di conflitto permanente, logorando la sua stessa legittimità e accelerando il suo isolamento sulla scena mondiale.




























