VINCENZO SAMMARTANO – Il rapporto pubblicato il 16 settembre 2025 dalla Commissione d’inchiesta del Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite, presieduta da Navi Pillay, non lascia margini interpretativi: a Gaza è in corso un genocidio. Non una parola usata a caso, non una denuncia tra le tante, ma il termine più grave del vocabolario giuridico internazionale, che indica un intento specifico di distruggere un popolo.

La Commissione elenca atti che corrispondono a quattro dei cinque comportamenti previsti dalla Convenzione del 1948: uccisioni sistematiche, danni fisici e mentali inflitti a un’intera comunità, condizioni di vita rese insopportabili, impedimento delle nascite. Davanti a un simile atto di accusa, la politica non può trincerarsi dietro frasi di circostanza. Eppure il governo italiano, guidato da Giorgia Meloni, si distingue per ignavia: proclami generici e nessun gesto concreto, quasi che il genocidio fosse una questione distante, irrilevante, inevitabile.
Israele respinge il rapporto come “falso” e “fazioso”. Ma come si possono negare le immagini che parlano da sole? Decine di migliaia di morti, ospedali e scuole rasi al suolo, una popolazione intera ridotta alla fame e alla disperazione. È la realtà quotidiana di Gaza, sotto gli occhi del mondo.
Resta una domanda cruciale: cosa farà la comunità internazionale di fronte alla parola genocidio? Nel Ruanda del 1994, a Srebrenica nel 1995, si è detto “mai più”. Eppure, quel “mai” si ripete oggi come un’eco svuotata. Se anche questa volta l’accusa dell’Onu resterà lettera morta, la credibilità del diritto internazionale si dissolverà definitivamente.

Un mondo in cui il genocidio diventa un crimine denunciato ma senza conseguenze non è solo un mondo ingiusto. È un mondo più fragile, più pericoloso per tutti.



























