VINCENZO SAMMARTANO – Il 3-0 di Norvegia Italia ci dice chiaramente che i campionati dalla serie D alla serie A non supportano più adeguatamente la nazionale italiana di calcio che potrebbe rischiare seriamente di non partecipare al terzo mondiale di fila.

Il problema di fondo è che non ci sono campioni all’orizzonte. Non si vedono i Baggio, i Pirlo e gli Inzaghi di una volta. Quindi il tifoso italiano può mettersi l’anima in pace. Ai mondiali di calcio potremmo vedere giocare le altre nazionali per molto tempo ancora.
Il problema di fondo è una riforma dei campionati che nessuno ha oggi il coraggio di fare.
Cominciamo con la distribuzione delle risorse. I proventi TV dovrebbero essere divisi in maniera tale da supportare le squadre di serie C e specialmente le squadre del sud che hanno costi superiori dovuti alle lunghe trasferte.
Altra considerazione il numero delle squadre professionistiche. Tra Serie A, Serie B e serie C a 20 ci sono 100 squadre professionistiche che il sistema economico italiano non vuole e non può più sostenere.
Infatti da semplice ricerca on line, risulta che negli ultimi 10 anni, 60 società professionisti sono state costrette a portare i libri in tribunale. In media 6 squadre professionistiche ogni anno non riescono ad iscriversi ai campionati. La lista include: Tritium, Treviso, Portogruaro, Campobasso, Sambenedettese, Andria, Borgo a Bruggiano, Casale, Milazzo, Padova, Siena, Viareggio, Barletta, Grosseto, Monza, Parma, Real Vicenza, Reggina, Varese, Venezia, Martina Franca, Pavia, Rimini, Como, Latina, Mantova, Maceratese, Messina, Modena, Vicenza, Avellino, Cesena, Bari, Mestre, Reggiana, Juve Stabia, Fidelis Andria, Trapani, Palermo, Siracusa, Albissola, Lucchese, Arzachena, Foggia, Akragas, Campodarsego, Sicula Leonzio, Robur Siena, Livorno, Gozzano, Chievo, Carpi, Novara, Sambenedettese, Casertana, Catania, Campobasso, Teramo e Pordenone.
Infine c’è un problema di strutture. Spesso vecchie ed inadeguate che riducono le possibilità di investimento ed i potenziali ricavi per i club. D’altronde solo pochi club hanno la forza economica di avere uno stadio di proprietà.
Per concludere, un settore giovanile non strutturato e a volte inesistente. Un settore giovanile che è visto più come un costo che come una risorsa. Quindi meglio prendere giocatori normali dall’estero e spacciarli come campioni.
Il risultato di tutto ciò è la difficoltà dei giovani calciatori a poter emergere in campionati superiori. Molti campioni magari sono e rimarranno a giocare tra eccellenza e serie D.
Il calcio italiano è giunto alla stadio di follia pura, che secondo la definizione di Albert Einstein equivale a ripetere la stessa cosa per infinite volte ed aspettarsi risultati diversi.
Oggi il fallimento del Brescia e la concomitante sconfitta della prima partita dell’Italia alle qualificazioni dei mondiali dimostra che un cambiamento è necessario e non più procrastinabile.



























