
Ci troviamo tutti dentro le nostre mura di casa dopo oltre 40 giorni di quarantena, respiriamo ogni giorno la quotidianità nel segno di una consapevolezza che si riflette con un virus che non conosce barriere fisiche ma che nasconde nell’ombra la sua origine, accendendo dibattiti sulle grandi reti, ogni giorni, quasi come fosse un mantra. Ci stiamo abituando anche a questo. Fuori piove, incessantemente, e quella pioggia diventa improvvisamente nutrimento per tutta quella vegetazione incontrollata che si ribella al cemento e che sorge timidamente nel silenzio, lontana dall’occhio umano. La TV si proietta –invece- come prospettiva lontana di un futuro in divenire: dubbi, domande, interrogativi e probabili certezze. Un vetro che non è certamente quello di una macchina su cui viaggiamo quotidianamente per ammirare il panorama che tanto amiamo, ma ci ricorda che siamo spettatori di una natura che non possiamo osservare, di un fiore che non possiamo raccogliere lungo la riva di un fiume o al mare. Tutto è fermo, cristallizzato, in standby. La 50esima Giornata Mondiale della Terra al tempo del Coronavirus ci ricorda che la natura riesce ancora a riconquistare i propri spazi, che esistono piccolissimi semi talmente forti e in grado da germogliare anche sotto una coltre di cemento da noi ben stratificata. L’Earth Day è stato scelto il 22 aprile perche cade un mese e un giorno dopo l’equinozio di primavere. Uno degli ideatori di questa importante giornata è stato il senatore Democratico statunitense Gaylord Nelson, che aveva tenuto precedentemente incontri e conferenze a tema. Nelson decise di occuparsi seriamente della questione ambientale per portarla all’attenzione dell’opinione pubblica dopo un grave disastro ambientale avvenuto a Santa Barbara tra gennaio e febbraio del 1969. La prima Giornata Mondiale della Terra si è tenuta il 22 aprile del 1970 e presero parte milioni di cittadini statunitensi. Oggi non ci sarà nessuna piazza piena di gente, nessuna manifestazione e nessun canto. Niente. Dopo cinquant’anni le piazze si sono improvvisamente svuotate di eventi perché il Coronavirus ce lo impone, perché è l’unico modo che al momento abbiamo per combattere questo nemico invisibile. Tutto è cambiato radicalmente in questi quaranta giorni, ma se un piccolo fiore riesce ancora a trovare uno spiraglio di luce attraverso substrati di cemento che lo hanno soffocato per anni, se gli animali riescono coraggiosamente a riconquistare gli spazio abbandonati dall’uomo, allora non è importante scendere in piazza per festeggiare perché la natura ha già dato la sua più sincera risposta. Forse ha già vinto.



























