lunedì , 24 Febbraio 2020

Parasite 기생충 – Chi sono i veri parassiti del film di Bong Joon-ho?

Appare piuttosto complicato fornire una vera e propria definizione attinente al film del regista sudcoreano Bong Joon-ho Parasite, la pellicola che ha stregato il mondo intero guadagnando quattro premi Oscar tra cui il premio per il miglior film, vinto per la prima volta nella storia da un film non in lingua inglese. Nella notte che doveva essere di Sam Mendes, di Martin Scorsese, di Quentin Tarantino, a spuntarla è un regista coreano semisconosciuto ai più e salito alla ribalta qualche anno addietro con un brillante film di fantascienza girato in lingua inglese, Snowpiercer. Ma in realtà Bong Joon-ho è il regista di Memorie di un assassino, di Madre e di The Host. Con Parasite ritorna al suo cinema, quello coreano, quello fatto di trame complesse, di selvagge vendette, di drammi che pulsano avidamente sotto la superficie, e lo fa dopo l’esperimento Okja, altro film in lingua inglese, poco riuscito e lontano dal suo stile. Bong Joon-ho ritorna a quello che è il suo linguaggio più autentico, e lo fa mescolando i generi senza cedere ad uno di essi in particolare; ritorna con una gestione dei tempi della commedia puntuale nell’esecuzione e con una iperbole di tensione che può scomodare anche i paragoni più audaci con i maestri del brivido. Parasite vince anche il premio come miglior film internazionale, per la sceneggiatura originale, semplicemente perfetta, per il miglior regista, e ciò rivela un dettaglio che era sfuggito ai più, ovvero che oltre a Hollywood c’è un mondo cinematografico infinito che non ha bisogno di grandi budget o di effetti speciali elaborati per dipingere grandi tele di puro cinema. E il cinema asiatico, da sempre relegato sullo scaffale dei cultori amanti delle nicchie cinematografiche, celebrato solamente da maestri del calibro di Quentin Tarantino, e sdoganato autorevolmente dalla Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, finalmente si afferma dopo i decenni trascorsi a indicare al mondo la terza via tra industria americana e filone autoriale europeo. Sono passati quarant’anni dall’affermazione del cinema di Hong Kong, di più dalla discesa dell’astro Bruce Lee con I 3 dell’Operazione Drago. Abbiamo assistito ai duri polizieschi di John Woo, The Killer, Hard Boiled. Abbiamo conosciuto la visione delicata di Ang Lee, La Tigre e il Dragone, I segreti di Brokeback Mountain. Ci siamo commossi di fronte alla violenta rappresentazione della cultura nipponica messa in scena dal geniale Takeshi Kitano, Hana-bi – Fiori di fuoco, Sonatine. Siamo stati abbagliati dai colori sgargianti dei mosaici tratteggiati con l’abilità di un maestro vetraio di Murano da quel Zhang Yimou che ci ha fatto dono di ore di pura immersione diegetica con pellicole quali Lanterne rosse, Hero, La foresta dei pugnali volanti, La città proibita. E poi ci sono quegli autori che hanno fatto del mestiere una abilità limata nel tempo, portata ai livelli dei maestri, l’inarrestabile Takashi Miike, Audition, e Kazuaki Kiriya, Kyashan – La rinascita. Infine, come non citare i due miti per eccellenza del cinema dell’estremo oriente, Akira Kurosawa, l’ispiratore di decine di registi tra cui Sergio Leone e George Lucas, e il grande Hayao Miyazaki.  Il cinema asiatico ha sempre rappresentato un mondo complesso, una vera e propria miniera di gemme rare tra le quali hanno preso a luccicare con intensità sempre maggiore quelle pellicole sudcoreane che da vent’anni rappresentano il vertice di quella realtà cinematografica: Ferro 3, Pietà, Primavera, estate, autunno, inverno… e ancora primavera di Kim Ki-duk, la stupefacente trilogia della vendetta di Park Chan-wook, Old Boy, Mr. Vendetta, Lady Vendetta. Persino Clint Eastwood ha saputo omaggiare quel mondo nella sua opera meno rinomata, ma personalmente considerata tra le più riuscite del duro di Hollywood, ovvero Lettere da Iwo Jima. Dunque Parasite è l’erede di una tradizione coeva dalle lunghe radici che finalmente ha trovato uno spiraglio e che è riuscito nell’impresa di sconfiggere quell’antagonismo sospettoso che il mondo occidentale ha sempre dimostrato nei confronti di quelle realtà: chiedetevi quanti film asiatici vengono distribuiti ogni anno nelle sale cinematografiche al netto di tonnellate di film sui supereroi di scarsa qualità. Bong Joon-ho ha definito la sua creatura “Una tragedia senza cattivi e una commedia senza clown”, riuscendo a sintetizzare come mai nessuno aveva fatto la lezione dei suoi avi, portando a compimento la visione che da Harakiri è giunta a Scorsese, sconvolgendo gli spettatori e la critica, raccogliendo un consenso pressoché unanime. Il film racconta la storia della famiglia Kim composta dal padre Kim Ki-taek, la madre Chung-sook, il figlio Ki-woo e la figlia Ki-jeong. I Kim vivono nella povertà assoluta e riescono a sopravvivere grazie al sussidio di disoccupazione trascorrendo le giornate nel sudicio seminterrato che è la loro dimora senza elaborare un vero e proprio piano per risollevarsi dal loro continuo stato di subalternità. Tuttavia, nonostante le condizioni precarie e le attitudini che ne fanno un ottimo esempio di nucleo familiare instabile, i quattro si mostrano uniti e sanno dimostrare anche una certa dignità nella propria disonestà suscitata dalle esigenze più basilari che rischiano quotidianamente di non essere soddisfatte. Sin qui il film sembrerebbe trarre spunto dalla lezione del Neorealismo italiano, ma nel corso della pellicola il regista principia a divergere dagli esempi dei propri miti personali indirizzando la storia sui binari che preferisce. Una sera, un amico di Ki-woo, Min-Hyuk, il quale si sta preparando per trasferirsi all’estero, suggerisce a Ki-woo di fingersi un brillante studente universitario così da assumere il suo lavoro come tutor di inglese per la figlia adolescente della ricca famiglia Park. Ki-woo, mosso dalle esigenze impellenti, accetta e si reca al colloquio dove incontra la madre della famiglia. I Park, sorpresi dalla bravura del ragazzo dimostrata durante la lezione lo assumono, ma una volta ottenuto il lavoro Ki-woo cercherà il modo di procurare un impiego presso i Park al resto della famiglia. Da questo momento in poi miseria e nobiltà si fondono e i ruoli si alternano trasformando tutti i personaggi nel cattivo di turno, nel tentativo di insinuare un parassita nel contesto che si va creando nella trama. La storia si evolve e il germe del parassita inizia a tramutare il contesto in una realtà incancrenita dall’eccesso, ciò darà vita a una crescente tensione che a seguito del finale dal grande impatto congederà lo spettatore lasciandolo andare via dalla sala con una sensazione di malessere incontrollabile. Rimanere esterrefatti è la conseguenza obbligata, e lo shock riesce a stordire chi prova ad immedesimarsi fin troppo nei personaggi, e anche chi tenta invano di estraniarsi, di mantenere una parvenza di impassibilità facendosi scudo del proprio autocontrollo. Le due ore di visione del film lasciano in dono una stanchezza fisica ed emotiva mai provata. Se non è Arte questa non saprei come definirla.

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