VINCENZO SAMMARTANO – Il 13 Dicembre è stato un giorno diverso. Tante le facce pensierose che percorrevano i corridoi dell’ufficio in cui attualmente lavoro. Siamo in Inghilterra. Giorno in cui il Regno Unito si è svegliato con una maggioranza. Quella del partito conservatore. Quella del GET BREXIT DONE!.
Dalle urne ne esce fuori un Regno Unito diviso sia a livello regionale che a livello generazionale. Forse più di quanto non lo fosse il giorno dopo il referendum del 2016, quando, poco più del 51% votò a favore dell’uscita dalla Comunità Europea. In quell’occasione la maggioranza degli Scozzesi e dei Nord Irlandesi votarono contro la BREXIT, a differenza degli inglesi e dei gallesi. Eppure, nel lungo processo di separazione dall’Unione Europea, le istanze delle due comunità non sono mai state prese seriamente in considerazione.
A livello regionale la spaccatura all’interno del Regno Unito è evidente. Oggi la spinta indipendentista scozzese è sempre più forte. Tanti sono i colleghi che nel 2014 ebbero la possibilità di votare a favore dell’indipendenza scozzese, ma che alla fine votarono contro, più per paura di uscire dall’Europa che per convinzione di rimanere all’interno del Regno Unito. Oggi rimpiangono quella opportunità.
In Irlanda del Nord, si registra il sorpasso dei nazionalisti e di conseguenza, senza l’ombrello dell’Unione Europea, parlare di una riunificazione delle due irlande non è più fantapolitica.
Alle spinte indipendentiste, si aggiunge la spaccatura generazionale che attraversa tutta la società del Regno Unito. Oggi, i giovani cresciuti sotto le stelle della bandiera europea vedono messo in discussione il loro futuro.

Ma le urne hanno di fatto dato il mandato al Premier Boris Johnson di portare il Regno Unito fuori dalla Comunità Europea il prossimo 31 Gennaio 2020. Difficile prevedere se le spinte indipendentiste avranno la meglio sull’intransigenza di Londra. Ma sicuramente queste divisioni interne non faranno bene all’economia interna, adesso che Londra dovrà giocare il suo futuro su più tavoli. Quello Americano. Quello Europeo. E quello interno, cercando di tenere a freno le spinte separatiste.
Nel frattempo, nell’incertezza dei futuri rapporti con l’Europa, sarà difficile per Londra attirare nuovi investimenti così come sarà difficile fermare l’esodo di tante aziende che hanno già spostato la loro sede legale ed operativa a Francoforte, Amsterdam e Parigi. E per Londra la prima doccia fredda è già arrivata. Tesla costruirà a Berlino e non più in Inghilterra la sua prima Giga Factory europea, investendo in Germania ben 4 miliardi di dollari.
Mentre il Regno Unito vive ancora lo psicodramma della BREXIT, in Italia qualcuno cerca si salire sul carro dei vincitori, senza aver la benché minima idea di cosa stia accadendo all’ombra di Westminster. In Italia, si dovrebbe invece cercare di ragionare di più sull’uso della democrazia diretta, spesso usata per compensare l’assenza di leadership, di coraggio e di visione politica. La BREXIT è un chiaro esempio di quanto pericolosa può essere questa forma di democrazia, se chiamata a dare soluzioni a problemi complessi.
La sfida della globalizzazione non può essere affrontata tramite comizi in diretta facebook. Non può essere affrontata tramite un semplice voto online. E non può neppure essere affrontata e risolta da una classe dirigente che ha fatto della politica un mestiere, avendo perso il contatto con la realtà delle imprese, della scuola, del mondo del lavoro e delle sue dinamiche internazionali.
Chi sui social invoca ITALEXIT non ha capito la lezione della BREXIT. Non ha neppure capito che le sfide del futuro andranno affrontate a livello globale su base continentale. L’Italia farebbe bene a cercare di occupare il vuoto di potere che in Europa inevitabilmente lascerà la Gran Bretagna, invece di fantasticare su inutili orgogli nazionalisti. Una eventuale ITALEXIT renderebbe l’Italia come il Don Abbondio del Manzoni. Un vaso di terracotta costretto a viaggiare in mezzo a tanti vasi di ferro. Ma questa è un’altra storia. Anzi no. Speriamo proprio che non sia un’altra storia.



























