
Il piccolo comune di Ferla – siamo nell’entroterra occidentale della provincia di Siracusa – è certamente un borgo degno d’essere visitato. Fa parte infatti del circuito dei “Borghi più belli d’Italia” e le sue caratteristiche lo rendono delizioso. Appena duemila abitanti, più o meno, ma è soprattutto la sua posizione, a 556 metri sul livello del mare, a renderlo importante. Ferla, infatti, può essere considerata una delle porte d’accesso alla necropoli di Pantalica. Anzi, ne costituisce l’ingresso principale. Da qui si accede facilmente alla necropoli di Filiporto, al sentiero Giarranauti e ai resti dell’Anaktoron, dettagli e siti di cui possibilmente ci occuperemo in un prossimo articolo mirato. Per arrivare a Ferla la strada più semplice e praticabile resta sicuramente quella che da Palazzolo Acreide porta a Buccheri. Ma comunque, continuando verso la meta, anche stavolta niente e nessuno potrà risparmiarvi una bella dose di curve e tornanti.
Il nome “Ferla” compare per la prima volta nelle Decime Ecclesiastiche del 1275. Ma il primo importante documento è il testamento del barone Iohannes de Ferula, che sembra risalire al 1292. Da questa famiglia, che si sarebbe in seguito chiamata La Ferla, derivò il nome. Il toponimo “Ferla” per quanto antico, fu adottato nel Medioevo. Il borgo fu fondato dai normanni provenienti dalla Normandia e si formò attorno al castello costruito da questi ultimi. Questo piccolo castello fu posto sotto il dominio normanno di Goffredo, figlio di Ruggero I di Sicilia. Migrarono così da quelle parti tanti lombardi, arrivati dall’Italia settentrionale. E proprio a Ferla una colonia lombarda si unì alle genti normanne. Ma in tempi ancora immemori, nei primi secoli dopo Cristo, la presenza di una comunità cristiana e il rinvenimento di iscrizioni sepolcrali in greco all’interno dei complessi cimiteriali confermano il ripopolamento di tutto il territorio già alla fine del mondo antico. La guerra gotica, le invasioni vandaliche e verosimilmente il diffondersi della peste causarono viceversa l’abbandono dei villaggi, con la ricostituzione di un paesaggio selvaggio e boscoso. Il borgo è davvero piccolo e la sensazione di benessere, trasmessa al visitatore dalla splendida aria montana e dal silenzio che spesso la fa da padrone, è immediata da percepire. Ma oltre a questo Ferla presenta delle bellezze architettoniche di prim’ordine, a cominciare dalla chiesa votata al Santo Patrono, quel San Sebastiano martire che da queste parti è amato è venerato diffusamente. Basterà percorrere il corso Vittorio Emanuele, chiamato “la Via Sacra”, per addentrarci tra gli edifici di culto che caratterizzano il paese.
La basilica di San Sebastiano è la più grande del paese; fu costruita nel 1481 ma venne completamente ricostruita dopo il terremoto del 1693. L’interno è a tre navate e conserva reliquie di san Giovanni Battista, san Sebastiano, santa Lucia e santo Stefano. La facciata esterna è impreziosita dall’apparato plastico del maestro Michelangelo di Giacomo, raffigurante il Santo affiancato da due soldati e due mori che reggono le volute dell’architrave. La tela che sovrasta l’altare è di Giuseppe Crestadoro, pittore palermitano vissuto nel 1700. Si trova nella parte meridionale del paese, proprio quella che punta dritta su Pantalica. A pochi passi scorgiamo anche la bella chiesa di San Giacomo Maggiore, ricostruita a partire dal 1714 sul perimetro di un precedente edificio rinascimentale, dopo essere stata distrutta anch’essa dal terremoto del 1693. Recenti scavi hanno mostrato che sorge sopra una necropoli di età ellenistica. Sul lato nord è stata aggiunta una torretta dell’orologio sopra un contrafforte.
L’interno è a navata unica. Molto bella è anche la basilica di S. Antonio, sita in posizione sicuramente più centrale. Anzi, possiamo affermare che indica con chiarezza il cuore del borgo. Originariamente era ubicata nella parte bassa dell’abitato, prima che il terremoto la distruggesse interamente; la ricostruzione avvenne nell’attuale sito, al centro del nuovo abitato, nel settore sud-ovest dei quattro canti. L’impianto a croce greca fu disegnato subito, la costruzione però fu portata avanti per oltre un cinquantennio. L’esterno è composto da una sinuosa facciata barocca costruita da tre corpi concavi di cui i due laterali sono coronati da celle campanarie. L’interno è uno spazio dinamico, tipologicamente nuovo e raramente usato. La volta della cupoletta ottagonale è un ricamo eccezionale di fregi, di affreschi, di stucchi. L’affresco centrale raffigurante il trionfo di S. Antonio è ancora del Crestadoro, così come gli altri riquadri e la lunetta di San Matteo. La cupoletta della torre campanaria sinistra cadde in seguito a un altro terremoto, quello del 1908. All’interno, in apposite nicchie si conservano pregevoli sculture del Settecento raffiguranti alcuni Santi cari alla devozione religiosa dei ferlesi.
Resta da aggiungere che molti elementi medievali sono andati perduti con il devastante terremoto del 1693, ma di quel periodo resta visitabile il quartiere delle Vecchie Carceri. Tra vicoli stretti, case antiche e grotte, lì sarà possibile ritrovare tutta l’essenza storica del borgo, con le abitazioni tradizionali con l’uscio bucato per creare un passaggio al gatto o con le piccole finestre sulla porta per guardare senza essere visti. Roba d’altri tempi. Ma d’altronde il viaggio tra luoghi sorprendenti non diventa anch’esso un viaggio nel tempo?



























