
La costellazione di Andromeda rimanda direttamente alla mitologia: raffigura, nell’immaginario astronomico, la bellissima figlia della regina Cassiopea. Della principessa si innamorò l’eroe Perseo che, per averla in sposa, dovette salvarla scagliando la testa mozzata della gorgone Medusa contro Ceto, il mostro scatenato dal vendicativo Poseidone. Ma a innamorarsi di Andromeda, in tempi molto più recenti, fu anche un giovane, ispiratissimo pastore che contò le cento e otto stelle della costellazione visibili a occhio nudo e volle portarle sulla terra.
Siamo in provincia di Agrigento, nel territorio di Santo Stefano di Quisquina, a pochi, tortuosi chilometri dalla cittadina dell’Eremo di Santa Rosalia. Praticamente in mezzo al nulla, quel nulla che ispirò Lorenzo Reina, che da ragazzo andava a scuola, ma sacrificava molto del suo tempo per aiutare il padre Libero nella gestione del suo gregge di pecore. Siamo negli anni sessanta e Lorenzo sentiva attorno a sé tanta bellezza, che riconosceva soprattutto nella solitudine degli spazi aperti, nella volta celeste e nei campi arsi dell’entroterra siciliano. Così iniziò a metter mano alle proprie idee. Lorenzo iniziò a scolpire. All’inizio magari per istinto, alla luce fioca di una fiaccola e alla luce luminosa della luna. Come se lavorasse sulle ombre. A poco a poco finì per abbandonare gli studi. Lui, che non sapeva nemmeno cosa fosse un teatro, si accorse che andava riproducendo i percorsi della sua mente. Con la creta, che trovava laddove si abbeveravano le pecore. E poi sui rami più robusti degli ulivi. Quindi sulle pietre, che iniziò a disporre secondo un ordine che lui riteneva immaginario. Ma gli anni passavano e gli spazi non mancavano mai. Iniziò a leggere riviste e quella costellazione, che sovrastava la sua testa, la identificò come la “costellazione d’Andromeda”. Così la portò per terra, riproducendo, anche nella loro disposizione, le stelle tra i posti a sedere del teatro. Tutto così divenne conseguenziale, le immagini scorrevano e Lorenzo le riproduceva. Il suo progetto sembrava non avere mai fine. E sorse negli anni qualcosa di mistico, che prendeva vita con i solstizi e gli equinozi, con le albe e i tramonti. Che riuscivano, tra le figure e le meridiane, a trovare una loro collocazione ideale e coinvolgente, incarnandosi in un unico, imperturbabile protagonista: il silenzio.
Una volta arrivati si può lasciare l’auto in un ampio parcheggio ed entrare, dopo aver pagato il biglietto, nello spazio riservato all’accoglienza. Che presenta un museo con oggetti e una bella mostra fotografica alle pareti. C’è anche una piccola chiesa, lì nei pressi. Poi, una volta rifocillatisi, può avere inizio il “percorso”. Che, al principio, sembra ricondurti a quel “nulla” che imperversava e imperversa ancora oggi sovrano. Avanzando ritemprati dal profumo della vegetazione si iniziano a incontrare “figure”. Attorno alla struttura Lorenzo Reina ha creato un vero e proprio itinerario artistico, con sculture concesse da altri artisti come “Icaro morente” di Giuseppe Agnello, oppure la “Imago della parola“. Bisogna saper “immaginare” per valorizzare a pieno i tesori sparsi sulla terra brulla. Che spesso riconducono a miti greci da cui la Sicilia è sempre stata travolta. Siamo nel cuore del Mediterraneo ed è sempre esistita quella luce che ha collegato l’antica Grecia alla nostra isola. Si dice, per esempio, che Dedalo, dopo la morte del figlio Icaro, sorvolò la Trinacria con le sue ali di cera. Si dice, come nelle più belle leggende d’un tempo. Da qui l’omaggio al mitico architetto ateniese che aveva creato il labirinto di Minosse. Quindi l’idea geniale dell’Imago della parola, un’immensa maschera scavata nella pietra e successivamente rivestita con lamine di bronzo. La bocca spalancata e gli occhi vuoti sono attraversati dai raggi del sole ogni volta che cade il solstizio d’estate. Sul far del tramonto. Poi il teatro, a cui si accede attraverso uno stretto varco aperto in un muro di gigantesche pietre, tinto con essenza di curcuma. Il teatro che, assieme a tutto il suo contorno artistico, tanto successo riscosse in occasione della Biennale di Venezia nel 2018. Entrati, si scendono alcuni gradini e ci si accomoda tra le cento e otto stelle della costellazione, parallelepipedi rivestiti con pietra di Sabucina. Appaiono ai più in ordine sparso, come in ordine sparso appaiono le stelle della costellazione di Andromeda. Ma nell’universo tutto finisce sempre per avere un senso. Quindi il palco, che termina con due colonne che sembrano inquadrare il territorio sottostante fino all’orizzonte. Anche lì il sole, in determinati periodi dell’anno, fa i propri giochi e realizza miracoli di luce. Lo sguardo potrà così spaziare fino al monte Cronio e al mare oltre la città di Sciacca e, nelle giornate più limpide, fino alla lontana isola di Pantelleria. La sensazione di dominare il tempo e lo spazio trasforma il visitatore in una sorta di superuomo.
Lorenzo Reina ci ha lasciati un anno fa, così, improvvisamente com’era apparso su questa terra. Il suo testamento resta tra le pietre del suo capolavoro.



























