Modica, breve storia del duomo di San Giorgio

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La splendida, barocca città di Modica riempie da tempo libri e riviste. Si tratta d’una città ormai a piena vocazione turistica, per l’arte, la splendida accoglienza e la gastronomia, il cui nome resta legato al cioccolato, foriero di sagre e manifestazioni d’ogni genere. Modica meriterebbe non uno, ma cento articoli. Così ho deciso di soffermarmi su quello che, nello splendido, accattivante skyline della città è sicuramente l’attrazione maggiore. Anche perché visibile e riconoscibilissimo a distanza, non solo dai diversi belvedere che circondano la città iblea, ma da qualunque punto possa partire uno sguardo. Tra i diversi punti d’osservazione il più famoso, ma anche quello raggiungibile più facilmente, è il belvedere di via S. Benedetto da Norcia, dove spesso la sera le auto fanno la fila per ammirare il Duomo di San Giorgio che si erge, slanciato e possente, davanti agli sguardi ammirati dello spettatore.

La strada poi, scendendo, si congiunge con il centro della città dalla parte opposta a quella per cui si entra arrivando da Ragusa. Così la notte, quando le luci delle case, lampade gialle affisse sui muri, si accendono, si potrà fantasticare su questo splendido e immenso presepio, le cui ombre creano un accattivante mistero che si nasconde tra i vicoli. Veniamo adesso al protagonista assoluto di questo presepio, all’incontrastato simbolo della città: il bellissimo Duomo di San Giorgio, che sfiora il cielo, protetto dai duecentocinquanta gradini della sua scalinata che sembra non finire mai e che sfila orgogliosa verso il paradiso. La chiesa mostra a tutti, dall’alto della sua posizione dominante, il proprio aspetto barocco. Che sembra rivaleggiare con quello della cattedrale di Noto, che sorge nella cittadina aretusea a meno di quaranta chilometri di distanza. Tutto rappresenta una sorta di parallelismo, ma anche una misurata rivalità fra due capolavori che in linea d’aria, se si potesse cioè tracciare una linea immaginaria tra le punte estreme dei due edifici, distano molto meno di niente.

Restiamo a Modica. Le origini del Duomo di San Giorgio risalgono all’età medievale: fu distrutta e ricostruita più volte a cause degli eventi sismici del 1542, del 1613 e quello devastante del 1693. Fu così ricostruita agli inizi del XVIII secolo e completata con l’apposizione di una croce di ferro sulla guglia addirittura nel 1842. In un lasso così lungo di tempo – parliamo di almeno centoquaranta anni – fu necessario il lavoro di molti architetti, addirittura di diverse generazioni, e il progetto venne continuamente aggiornato e arricchito con idee, disegni e manifatture sempre in continua evoluzione. Fu Rosario Gagliardi, un architetto siracusano nato nel 1690, tra l’altro uno dei principali artefici della costruzione della città di Noto, spostata dopo il sisma del 1693 dalle pendici del monte Alveria alla posizione attuale, colui che impresse più profondamente la propria mano nei lavori del Duomo modicano.

Si impegnò, in particolare, nella realizzazione della sua facciata a torre fino a un’altezza di oltre sessanta metri. Dopo la morte del Gagliardi, avvenuta probabilmente nel 1762, le opere passarono a Francesco Paolo Labìsi, architetto netino, considerato assieme al Gagliardi uno dei maggiori esponenti del barocco siciliano. Se consideriamo quindi l’estrazione dei due artefici, entrambi siracusani, si può facilmente immaginare perché le zone della Contea e della Val di Noto appaiono oggi tanto ricche di capolavori. Labìsi proseguì i lavori occupandosi della realizzazione del secondo e terzo ordine della facciata. I portali d’ingresso, arricchiti da splendidi e intrecciati fregi, furono realizzati in seguito dal capomastro Carmelo Cultraro.

San Giorgio è lo storico Patrono di Modica, anche se nel 1884 venne affiancato da San Pietro come co-patrono. Da tempi antichi infatti in città si narra esistesse una storica rivalità tra il Duomo di San Giorgio e il Duomo di San Pietro, che si trova nella parte più bassa. Per secoli la città si è spaccata letteralmente in due fazioni: i “Sangiuggiari “(devoti a San Giorgio, legati a Modica Alta) e i “Sampittrari” (devoti a San Pietro, legati a Modica Bassa). Non si trattava solo di una disputa religiosa, ma di uno scontro sociale, politico ed economico tra due quartieri e due anime differenti della città. Fino al Seicento la supremazia di San Giorgio come “Mater Ecclesia” e unico Patrono non fu mai messa in discussione. Poi la chiesa di San Pietro iniziò a chiedere di essere equiparata con il titolo ufficiale di “Chiesa Madre” e il riconoscimento del patronato. Così nel 1797 re Carlo III di Borbone concesse alle due chiese la stessa dignità e Modica assunse l’insolito primato di due Chiese Madri ufficiali nello stesso perimetro urbano. Dalla tensione scaturivano spesso violente risse feroci durante le rispettive feste patronali, quando non addirittura in tentativi di boicottare la festa rivale. Così, per motivi di ordine pubblico, le autorità civili emanarono editti che vietarono tassativamente alle processioni di “sconfinare” nel territorio rivale. Il simulacro di San Giorgio non poteva scendere a Modica Bassa, e quello di San Pietro non poteva salire a Modica Alta. Mi verrebbe da dire “un po’ quello che accade nel gioco del calcio ai giorni nostri, con il divieto delle trasferte”. Come vedete tutto ha sempre un’origine lontana.

Questo articolo ha volutamente un taglio “storico”, per accennare ai fatti e alle dicerie che portarono alla definitiva costruzione del Duomo di San Giorgio. Infatti l’aspra rivalità fu il motore principale della ricostruzione della città dopo il catastrofico terremoto del 1693. Nessuna delle due fazioni voleva che la propria chiesa fosse inferiore all’altra. I Sangiuggiari e i Sampittrari fecero a gara a chi investiva più denaro, ingaggiava gli architetti migliori e costruiva la facciata più maestosa. È proprio grazie a questa competizione se oggi Modica vanta due capolavori barocchi monumentali, entrambi inseriti nella lista dei Beni dell’Umanità UNESCO. Ci piace quindi lasciare al visitatore di questo capolavoro dell’arte barocca il piacere di scoprire le bellezze “interne” della Chiesa.

Ci piace altresì segnalare alcune di esse, giusto per fornire una semplice indicazione che possa servire, se ce ne fosse bisogno, da stimolo per dedicare tempo alla scoperta entusiasmante dell’arte nascosta fra le pareti del Duomo. Il Polittico dell’Altare Maggiore, grande opera su dieci tavole del 1573, attribuita a Bernardino Niger, con scene della vita di Gesù e dei Santi. La Madonna della Neve, raffinata statua in marmo del 1511 realizzata dalla bottega di Giuliano Mancino e Bartolomeo Berrettaro. L’Assunta di Filippo Paladini, tela del 1610 di scuola toscana ricca di influssi manieristi e caravaggeschi. La Meridiana Solare, strumento astronomico a pavimento disegnato nel 1895 dal matematico Armando Perini per segnare il mezzogiorno. E il Martirio di Sant’Ippolito: un dipinto storico del 1671 opera di Cicalesius.

Le ho elencate così, in maniera estremamente didascalica, come in una brevissima guida turistica. Per arrivare sul sagrato del Duomo le possibilità sono due: o andate a piedi, affrontando i duecentocinquanta gradini, regolando e centellinando il vostro fiato, o salite, in corso Umberto a Modica Bassa, sul trenino turistico che vi porterà davanti la chiesa. Vi sconsiglio l’uso dell’auto, non perché sia complicato arrivare a destinazione, ma sol perché potreste incontrare difficoltà nel parcheggio. Lascio a voi il piacere della scoperta. Perché alle parole possano seguire i fatti e all’immaginazione il piacere dell’entusiasmo.

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