Portella della Ginestra, il sangue e le pietre  

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La Strada Provinciale numero 34, che da San Giuseppe Jato conduce a Piana degli Albanesi, corre veloce tra dossi e buche sull’asfalto. Sembra non badare a questo spazio di terra brulla e sterpaglie secche, circondato da blocchi rocciosi che possiamo anche chiamare “monti”, visto che raggiungono un’altitudine superiore ai mille metri. Da una parte il Pelavet e il Maja, dall’altro il Kumeta, costruiscono confini invalicabili di quella che divenne una trappola dalla quale, per molti, quel giorno fu impossibile fuggire. Portella della Ginestra non è né un paese, né una contrada. Portella della Ginestra è solo un’aspra vallata fra le rocce. Portella della Ginestra è un nome che ancora oggi riecheggia e pesa sulle coscienze di tutti. Da lì passano la storia e il sangue sparso da tanti innocenti, ingiusto prezzo pagato per arrivare a un traguardo mai ben saldo e scosso ancora da “egoistici” fremiti sempre pronti a cambiare la storia nel nome del proprio interesse. Questo itinerario lo abbiamo inserito in questa rubrica perché visitare il memoriale di un eccidio, avvenuto il primo maggio del 1947, a quasi ottant’anni da quell’infausto giorno, può esser d’aiuto a non coprirlo d’oblio. Attraversando la strada all’inizio citata, solo i più distratti non si renderanno conto di passare davanti a un luogo che commemora qualcosa. Il piccolo anfiteatro e l’ampio parcheggio sito di fronte al Memoriale sembrano indicare al viaggiatore di fermarsi. Inoltre la segnaletica che precede è abbastanza chiara.

Ma cosa successe a Portella della Ginestra? Visto che il tragico evento risale ormai a tanti e tanti anni addietro, sembra giusto riassumerlo nel più breve dei modi possibili. Alla fine della seconda guerra mondiale, caduto il fascismo, ripresero le manifestazioni celebrative del Primo Maggio, festa dei lavoratori. Quel giorno, nel 1947, nella vallata di Portella, si radunarono oltre duemila persone, in maggior parte contadini e braccianti con le proprie famiglie, provenienti dai comuni della zona: Piana degli Albanesi, San Cipirello e San Giuseppe Jato. Era un giovedì. Attorno alle 10 del mattino, Giacomo Schirò, un calzolaio di San Giuseppe Jato, diede avvio al comizio, visto che l’oratore designato, il sindacalista Francesco Renda, era in ritardo. All’improvviso dal monte Pelavet, sito di fronte la spianata, numerose raffiche di mitraglia e di altre armi si abbatterono sulla gente. Gli spari imperversarono per almeno un quarto d’ora. Sul terreno si contarono undici morti, tra cui tre bambini. Tra le decine di feriti, altri sei sarebbero morti nei giorni successivi. I primi colpi erano stati addirittura scambiati per festosi mortaretti, ragion per cui molti non provarono subito a fuggire da quel luogo dove, vista la conformazione del terreno, mancava ogni sorta di riparo. Il panico s’impadronì della folla. Assassini spietati non provarono alcuna pietà. Era iniziato il secondo dopoguerra, già “governato” da un nemico occulto che quel giorno si giovò dell’ignoranza del bandito Salvatore Giuliano e della sua banda.

Adesso le “pietre” commemorative sembrano sparse sul terreno in maniera casuale, proprio come quei proiettili che colpirono “a caso” in quel giorno tragico. Eppure, leggendo le epigrafi, tutto appare avere un senso, a partire dalla disposizione di quelle pietre, pesanti lapidi con messaggi incisi per tramandare nel tempo una tragedia foriera d’insegnamenti. L’idea di realizzare un memoriale in questo luogo, seppur a oltre trent’anni di distanza, venne affidata allo scultore irpino Ettore De Conciliis, che finì di realizzarla nel 1980. Si chiama “land art” ed è una forma d’arte identificata dall’intervento diretto dell’artista sul territorio naturale. Ed è il “masso” posizionato proprio all’ingresso del sito ad “accogliere” il visitatore e a indirizzarlo nel tempo e nello spazio, recando ben incisa la data dell’eccidio e il nome del luogo. Tra le varie rocce, tra quelle a prima vista meno appariscenti, una fra le altre indica il luogo in cui Nicola Barbato, politico socialista di Piana degli Albanesi, era solito gestire i comizi nei primi due decenni del ‘900 e fino alla sua morte, avvenuta nel 1923. Sulla sua pietra sta inciso in ricordo “SASSO DI BARBATO”. Lì nei pressi, un altro masso racconta, in forma solenne e concisa, gli avvenimenti. Rimarcando il fatto che, su gente innocente, “SI ABBATTE’ IL PIOMBO DELLA MAFIA E DEGLI AGRARI PER STRONCARE LA LOTTA DEI CONTADINI CONTRO IL FEUDO”. Proprio questo, visti anche gli avvenimenti che seguiranno, a parer di molti fu il motivo della strage. Quasi un preavviso o meglio una minaccia affinché tutto, secondo “gattopardiana memoria”, restasse com’era sempre stato. Seguono poi, su un altro masso poco più avanti, i versi struggenti di Ignazio Buttitta il cui cuore “DOPPU TANTANNI” resta ancora con “I CUMPAGNI AMMAZZATI”. E i nomi dei “cumpagni ammazzati” li troviamo poco più in là, su una lapide possente ben alta dalla parte opposta. Undici nomi in colonna, sulla pietra ormai consunta, che il trascorrere del tempo vorrebbe cancellare con il deteriorarsi della roccia. Ma che affiorano, vermigli come il sangue, contro ogni intemperia e ogni malaugurato oblio. La sagoma rettangolare della pietra si staglia sull’azzurro nitido del cielo, così come farebbe in inverno sulla luce diafana delle nuvole.

Bisogna guardarsi attorno e riflettere. Provare, magari socchiudendo gli occhi, a immaginare quanto accadde quel giorno. Tra spari, urla e quel caos generato da quello che oggi sarebbe chiamato “atto terroristico” e che invece, allora, venne incanalato nella scia di sangue che Salvatore Giuliano si portava dietro. Giuliano se ne assunse tutta la responsabilità, eliminando così ogni eventuale tentativo di andare fino in fondo nelle indagini. Tre anni dopo la sua bocca sarebbe stata messa a tacere per sempre. Molti, ancora oggi, considerano l’eccidio di Portella della Ginestra la prima “strage di stato” del secondo dopoguerra.

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