
San Biagio Platani è un paese che accoglie meno di tremila anime, nascosto tra le profonde pieghe degli irrequieti monti Sicani. Siamo in provincia di Agrigento, a quattrocento metri d’altezza sul livello del mare. Non è semplice arrivarci, da qualunque parte ci si vada a muovere. Non è semplice perché le strade tortuose da percorrere presentano spesso vistose “crepe” dell’asfalto, che finiscono per rallentare la marcia anche di chi ha, con la guida, una confidenza tutta propria. Avvicinandosi alla meta, bisogna individuare punti di riferimento che possano aiutare a orientarsi. Il paesaggio, quasi “lunare”, scorre oltre i vetri dell’auto e gli altri paesi che si incontrano appaiono avvinghiati al territorio, che sembra fragile come un vaso di coccio. Abbiamo preferito, ma lasciamo a ciascuno di voi la scelta, percorrere la strada che da Ribera arriva prima a Cianciana e poi ad Alessandria della Rocca. In quasi due ore siamo arrivati a San Biagio. L’accesso al borgo è consentito da strette e ripide salite, al di là delle quali non è difficile scorgere il corso principale, intitolato al re Umberto I. Il corso si spalanca alla vista una volta superata, con pochi e pesanti passi, l’erta che si è scelta d’affrontare.
San Biagio, un tempo, era un feudo come tanti nella brulla distesa dell’entroterra siciliano, che si affacciava sulla vallata del fiume Plàtani. Poi, nei primi decenni del XVII secolo, i feudatari, per scopi politici, ottennero la licenza per popolare le terre. Così attorno a una chiesa e con alcune decine di persone sorse e si sviluppò l’insediamento di San Biagio. In pochi anni la popolazione toccò i trecento abitanti. Il nome attuale venne completato poco oltre la metà del 1800 con il toponimo “Plàtani”, per distinguerlo dai tanti “San Biagio” presenti sul territorio nazionale. La fama di San Biagio Platani è legata a una festa che ebbe origine solo pochi anni dopo che la comunità aveva iniziato a radicarsi. Una festa che si ripete quindi da oltre trecentocinquanta anni. Gli Archi di Pasqua, più comunemente noti come “Archi di pane” per la loro composizione che vede la presenza di migliaia di forme di pane nel cuore delle strutture composte principalmente da canne e pasta di sale, sono un’attrazione la cui fama è arrivata da tempo ben oltre le sponde della Sicilia.
La festa ebbe origine quando la confraternita dei “Madunnara”, legati alla Chiesa di San Biagio (la Chiesa Madre) e quella dei “Signurara”, devoti alla Chiesa del Carmine al Calvario, rifinirono artisticamente lo spazio sacro dove è sempre avvenuto l’evento centrale dei riti pasquali: l’incontro, nel giorno di Pasqua, del Cristo Risorto con la Madre, Maria. Il tragitto si dipana lungo il corso, coprendone poco più di centosessanta metri. Sono archi trionfali quelli che scorrono davanti ai nostri occhi e sopra le nostre teste, archi trionfali che delimitano uno spazio in cui si celebra, con la resurrezione di Cristo, il trionfo della vita sulla morte. Non a caso è primavera, quando la natura circostante rinasce, colorando e profumando la terra. Il pane, elemento centrale e frutto del duro lavoro dei campi, decora con la sua stessa, dorata presenza la splendida galleria di passaggi che sembra non voler finire mai. E che proprio di fronte alla scalinata della Chiesa di San Biagio presenta i due archi principali della sfilata: quello bordato in blu, dedicato a Maria Santissima e quello bordato in rosso, dedicato al Cristo Risorto. Trovarsi lì, ai piedi della chiesa, ti fa toccare con mano la “rivalità” che ancora esiste tra le due confraternite. Lì si svolgono gli “spettacoli” organizzati nel corso degli oltre trenta giorni dedicati alla festa, che solitamente ha inizio proprio il giorno di Pasqua. La preparazione degli archi inizia però alcuni mesi prima, vista la cura con la quale gli stessi vengono addobbati e innalzati. Il senso religioso della festa esplode nell’esaltazione e nella vitalità dell’immaginario collettivo, grazie a forme artistiche sorprendenti, il cui valore sembra nascosto tra l’architettura bizzarra, ma allo stesso tempo perfetta, di un assetto strutturale simmetrico. La prospettiva invitante che, sin dai due baldacchini d’ingresso situati ai limiti opposti del corso, s’intravede come in un gioco di specchi, allunga a dismisura le dimensioni dell’evento. Dando la possibilità al visitatore, che attraversa la “sfilata”, di ammirare gioielli ricchi di significato. Niente, nella composizione di ogni arco, appare lasciato al caso. Dai mosaici, realizzati con elementi e frutti della natura alle stupefacenti “nimpe”, veri e propri “lampadari” di datteri e nocciole, arricchiti da pasta e vetro colorato, che penzolano dalle parti alte delle strutture come se queste fossero delle “stanze” arredate.
Un luogo da scoprire, che si ingegna per sorprendere ogni anno il visitatore in un caleidoscopio di colori, tra sacro e profano, tra fede e folklore. Per il resto la vita scorre tranquilla in questo paese accogliente e che prova, ogni anno, a ridestarsi dal torpore di mesi vissuti tra le montagne e il cielo. Vedrete quindi che il solo poter affermare “ci sono stato anch’io” varrà tutti i chilometri percorsi per raggiungere un mondo arcano che ancora pulsa nella modernità che lo circonda.

















































