Bagheria: la villa dei mostri

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Conosciuta come la “città delle ville”, Bagheria è il comune più popoloso della provincia di Palermo. A meno di quindici chilometri dal capoluogo, conta infatti oltre cinquantamila abitanti. Eppure quella che a prima vista sembrerebbe soltanto un’affollata città metropolitana, al suo interno offre gioielli di rara bellezza.

Insediamento d’origine antichissima, parliamo di diversi secoli prima di Cristo, rimasto per molto tempo disabitato e divenuto feudo, iniziò a essere urbanizzato verso la metà del XVII secolo, quando il principe Branciforte costruì palazzo Butera. E ne fece la propria residenza privata, lontana dai clamori della vicina Palermo. Tutt’attorno al palazzo nacquero le abitazioni di coloro che lavoravano per il nobile palermitano. E così nacque Bagheria, che iniziò a svilupparsi e a crescere secondo “direttive” nobili. Quindi appare logico che la città debba la propria fama alle bellissime ville barocche del millesettecento, la cui costruzione impresse un definitivo splendore all’epoca d’oro che Bagheria si apprestava a vivere. Alcune non sono nemmeno più visitabili. Peccato, ma la fama di quell’epoca viene tenuta in alto da una di esse. Circondata ancora com’è da misteri e dicerie.

I lavori di costruzione di villa Palagonia partirono nel 1715, commissionati dal principe Ferdinando Francesco I Gravina Cruillas, il principe di Palagonia. L’architetto fu un frate domenicano, tale Tommaso Maria Napoli. Ma la particolarità della villa, la schiera di figure mostruose e deformi che sfilano principalmente lungo sua la cinta muraria, si deve al nipote Ferdinando Francesco II, detto “il Negromante”. Le bizzarre statue, scolpite in calcarenite o “tufo d’Aspra”, accolgono il visitatore “osservandolo” dall’alto. Per intimorirlo o forse solo per incuriosirlo. Probabilmente però tutta la curiosità sta proprio nei loro occhi, nei loro sguardi che scrutano, come in una veglia eterna, l’attenzione dei passanti che continuano a sfilare ai loro piedi. L’antico accesso alla villa, attraverso quello che era chiamato “l’arco del Padreterno”, inglobato ormai dalla nuova, soffocante geometria urbana, avveniva da quella che adesso, in memoria, è stata ribattezzata “via Palagonia”. Oggi si accede al sito da piazza Garibaldi, dalla parte opposta della villa. Da dove un piccolo e stretto viale, affiancato da palme e altri alberi, conduce, con un altro passaggio ad arco, alla struttura principale dell’edificio e al giardino che lo circonda. Dal viale si ammira la splendida facciata che rende in pieno l’idea originale della costruzione.

Ma perché il principe si circondò di tanta “bruttezza”? Perché completò l’opera del nonno, rendendola lontana dalla bellezza sempre agognata dalla mente dei nobili? Persino Goethe, nel suo viaggio in Sicilia, fu colpito da tanta, orripilante e, allo stesso tempo, visionaria straordinarietà del complesso della villa. Che immagine di sé intendeva trasmettere “il Negromante” con la sua “lucida follia”? C’è chi sostiene, basandosi sui ritratti, che il suo aspetto fisico non fosse proprio quello di un “adone” e che, di conseguenza, per valorizzarlo avesse dato l’ordine di creare esseri ancor più brutti di lui, il cui aspetto distogliesse da sé le diffamanti attenzioni degli altri. Ma creature di tali fattezze, molte delle quali abnormi e non umane, hanno fatto pensare anche a una sua “passione” per l’alchimia e la negromanzia. La cosa però non venne mai accertata. D’altronde a quel tempo le ricerche di tal genere andavano per la maggiore. Si “vagava” alla ricerca del “proibito”. Basti pensare che, negli stessi anni, a Napoli ci fu chi ebbe la capacità di creare il “Cristo Velato”, altra opera di fama mondiale ammantata di mistero sulle proprie fattezze, si dice “alchimistiche”. A tal uopo si vociferava che la presenza stessa delle statue di villa Palagonia potesse trasmettere influenze malefiche e negative. E che, ancor peggio, il solo incrociarne lo sguardo avrebbe portato una donna incinta ad abortire, visto che il bimbo portato in grembo avrebbe rischiato di assumere sembianze mostruose. Uscendo però dal campo delle dicerie resta il mistero, che nella più semplice delle ipotesi trasformava la presenza di tali figure in una sorta di corpo di guardia capace di allontanare, anche solo per scaramanzia, chiunque volesse avvicinarsi troppo alla villa.

La stravaganza dell’idea e, conseguentemente, del suo ideatore era verificabile anche all’interno. Dove alle sedie venivano segati i piedi e agli specchi applicati più strati affinché deformassero le immagini di chi si fosse riflesso in essi. Tutto ciò riconduce comunque alla mistificazione dell’idea della bellezza. Eppure il salone principale della villa resta qualcosa di magicamente affascinante: basta sedersi a gambe incrociate sul marmo lucido e policromo al centro del “Salone degli specchi” per perdersi nella profondità di un caleidoscopio deformante, visto che il tetto a volta sembra cambiar colore in un susseguirsi di lucido e opaco nel mosaico vitreo che lo riveste. Uscendo si arriva, attraverso due scalinate gemelle all’altra parte del giardino, laddove stava l’antico ingresso della villa.

Mi piace sottolineare che villa Palagonia è stata set cinematografico per registi come Giuseppe Tornatore, naturalmente in “Baarìa” e da Marco Bellocchio, ne “Il regista di matrimoni”. Nel primo le mostruose statue sembrano prender vita agli occhi del giovane protagonista, nel secondo il Salone degli specchi, in un’atmosfera incantata, accompagna Sergio Castellitto in un viaggio ai confini della follia.

Dimenticavo, prima di concludere, un’ultima cosa che avrei voluto evitare di dirvi: narra la leggenda che il carattere bizzoso del principe Francesco Ferdinando II si sia trasferito definitivamente nel suo fantasma, che alcuni giurano d’aver sentito aggirarsi per le sale. Forse, si dice, per prendersi ancora cura delle proprie creature e beffa degli ospiti più incauti. Ma non preoccupatevi: la villa la notte resta chiusa alle visite.

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