Il mistero di Salaparuta

Data:

     Viaggio tra i ruderi del Belìce – seconda puntata

Prima del terremoto, meno di cinque chilometri separavano Gibellina da Salaparuta. Adesso quella stessa distanza ne confonde i ruderi, scheletrici testimoni dell’immane tragedia. Lasciato alle spalle il Cretto il tempo si ferma. Si entra in una “zona morta” dove tutto è come fu. L’asfalto sobbalza tra le crepe, soffocato dalla vegetazione selvaggia che lo invade. Tutto sembra debba franare da un momento all’altro. Il territorio è rimasto fragile. Il cammino costeggia l’antica ferrovia che, dopo l’ultimazione della stazione “Poggioreale-Salaparuta”, aveva raggiunto, nel luglio del 1922, il paese per la prima volta. I binari scorrevano su ponti in pietra, costruiti, durante la prima guerra mondiale, dai prigionieri austriaci deportati in Sicilia. I paesi non esistono più, ma i ponti sono ancora là, intatti. La strada passa sotto il più piccolo, per ammirare il più grande basta solo alzare lo sguardo. E porsi una domanda: come mai l’apocalisse non li ha buttati giù? Ci avviciniamo a quella che fu Salaparuta. Ci muoviamo verso sud, verso l’epicentro del sisma. Appaiono i primi muri diroccati di quelle che furono case. Un arco di pietra e le riproduzioni del Sacro Cuore di Gesù su quel che resta della facciata di una di queste ci conducono nel mistero di una storia. Una storia che merita di essere raccontata. La casa dei coniugi Sancetta era una casa semplice. Come tutte le case di Salaparuta. Un giorno, alla fine di novembre del 1956, i vermi ne invasero le stanze. La casa fu sottoposta a disinfestazione, molta roba venne bruciata. Un prete la benedisse. Tutto sembrava finito, ma dopo alcuni giorni i vermi tornarono. E la sciagura, tra la vergogna dei proprietari, continuò a ripetersi. Né preghiere, né esorcismi riuscirono a metter fine a quella che sembrava una maledizione. Fino a quando, il 13 gennaio del 1957, un capezzale del Sacro Cuore, che vegliava sul talamo nuziale dei coniugi, iniziò a lacrimare. E continuò a farlo copiosamente nei due giorni successivi. La cosa divenne di dominio pubblico, iniziarono le indagini, sia sacre che profane. E mentre le lacrime continuavano a sgorgare, tanti testimoni firmarono documenti che attestavano l’incredibile. Trascorsi alcuni mesi, anche per l’affollarsi di fedeli attorno alla casa, la sacra immagine venne trasferita sull’altare della Madrice. Esattamente undici anni dopo, il 13 gennaio del 1968, furono avvertite le prime scosse del terremoto che due giorni dopo avrebbe distrutto il paese. Ma cosa resta della Madrice? Bisogna uscire dalla strada principale, la Strada Provinciale 5, e girare attorno alla collinetta che si erge possente agli sguardi, per arrivare fino alla rocca del paese vecchio e accorgersi che poco o niente rimane a memoria di quella che nel 1300 era ancora una piccola cappella annessa al castello e che, nel corso dei secoli, sarebbe diventata la Chiesa Madre dedicata a Santa Caterina. E del castello? Nulla. Solo il basamento di pietra che lo elevava sui tetti delle case e le sembianze sbriciolate della torre. In un silenzio reso denso dal verde e dagli sterpi, tra lucertole e rare farfalle sempre più sbiadite, ecco che, superato a piedi un vecchio cancello divelto, si entra in quella che fu la via dottor Diego Fazino, che, tra altri ruderi che fanno da ala, porta in piazza del Municipio, di fronte alla scalinata di marmo che consentiva l’ingresso alla chiesa. Una scala bianca, che gli stretti scalini rendono ripida e che salendo spalanca la vista su quel che resta della bella chiesa barocca. Delle colonne e delle mura soltanto la base. Dell’altare soltanto la sagoma. Anche la sacra immagine delle lacrime andò in frantumi, sparendo per sempre. Come se avesse concluso la propria missione. Pochi frammenti sarebbero stati ritrovati, molti anni dopo, da un gruppo di scout arrivati dalla Diocesi di Mazara del Vallo. Il mistero finì così inghiottito dal sisma. Per sempre. Guardandosi attorno, dall’alto della chiesa, ci si rende conto di quella che fu la violenza delle scosse. Di quell’energia pura che esplose come bombe terrificanti alcuni chilometri più a sud. Laddove adesso si staglia il nuovo centro, visibilissimo nella pianura. Salaparuta, in tutta la valle, è il paese che più degli altri offre il senso drammatico di una tragedia. Non c’è stato il cemento del Cretto a coprirne le nudità. Tornando dall’altra parte della S.P. 5 si snodano gli incroci che portavano alla piazza principale, dove stava la chiesa della SS. Trinità. E al quartiere di Santa Rosalia. Solo macerie, solo pietre sparse qua e là. E il basolato che s’inerpicava fino alla rocca, spezzato in due dall’asfalto della strada che conduce a Poggioreale. Doveva essere bella l’antica “Salah”, come l’avevano battezzata gli abitanti del quartiere saraceno che, per sfuggire alle febbri malariche, nel tredicesimo secolo si erano spostati sotto al castello. Prima che agli inizi del 1500, la famiglia Paruta, aggiungesse il proprio nome a imperituro ricordo. Doveva essere bella, ma non è bastata una profezia a salvarla. Troppo difficile da comprendere. A vincere furono quei vermi, forieri di sciagure. Che nemmeno le lacrime di Gesù riuscirono a sgominare.

Condividi artiolo:

Newsletter

Popolari

Articoli correlati
correlati

Marsala 1912, al via i lavori al Nino Lombardo Angotta: manto erboso in rifacimento

Sono appena iniziati i lavori straordinari sul terreno di...

“La musica, ponte fra i popoli”, domenica 11 ottobre al Museo Lilibeo

Domenica 11 ottobre, alle ore 17, nella sala conferenze...

Marsala Volley, una schiacciata contro l’abbandono: domenica “Adotta un campione”

La Marsala Volley scende in campo anche per chi...

A Marsala si parla già di maratona

E’ già tempo di Sigel Marsala Marathon-Città Garibaldina. Siamo...