Viaggio tra i ruderi del Belìce (prima puntata)

Sapete cosa continua ad affascinarmi della Sicilia, la terra in cui vivo da quando sono nato? Il fatto che, pur credendo d’averla girata in lungo e in largo, io riesca a scoprire ancora posti da esplorare. Ciò vuol dire che la mia isola è un piccolo continente, che conserva gelosamente i propri segreti. Le bellezze più conosciute, come nel gioco delle scatole cinesi, nascondono poi gioielli inaspettati. Ogni itinerario finisce per raccontare storie sempre nuove. Questa rubrica proverà a dimostrare tutto ciò.
Cinquantotto anni fa, alle 3,01 del 15 gennaio del 1968, la scossa più forte di uno sciame sismico che già dal giorno precedente aveva fatto tremare la valle del fiume Belìce, sconvolse per sempre quel territorio e la vita di migliaia di persone. Alcuni di quei paesi, che vivevano fuori dal clamore, in seguito ai drammatici eventi che ne causarono la distruzione pressoché totale, sarebbero stati catapultati all’attenzione di tutti e poi ricostruiti lontano. Gibellina vecchia non esiste più, il nuovo paese si trova venti chilometri a ovest, più a valle. Dove c’erano le macerie lasciate dal sisma adesso c’è il Cretto. E tutt’attorno ciò che resta dei pochi ruderi ancora in piedi. La parola “cretto” deriva dal verbo latino “crepare”, che vuol dire fendere, scricchiolare. E letteralmente sta quindi a indicare una spaccatura. Quando nel 1984 l’artista umbro Alberto Burri, invitato dal Sindaco Ludovico Corrao, si recò tra le macerie, ebbe un’idea: rendere immortale ciò che era ormai morto. E costruì, ricalcandone la topografia, quello che è diventato l’immenso sudario del paese distrutto. L’opera vide la luce definitiva soltanto nel 2015. Ho condotto molta gente a visitare il Cretto. E ho raccolto impressioni sempre diametralmente opposte, nessuna via di mezzo: straordinario o orribile. Ma una cosa appare certa: quell’immensa distesa di cemento atterrisce i pilastri dell’anima. Molti continuano ancora a storcere il muso, non accettano un’opera che considerano per certi aspetti dissacrante. Ma cosa sarebbe rimasto di quelle povere case, abbandonate all’incuria del tempo? Da Gibellina Nuova ci si arriva seguendo la strada in salita che, una curva dopo l’altra, porta a Santa Ninfa per poi, lasciandosi alle spalle quest’ultima, proseguire verso est. Più ci si avvicina, vista la morfologia sconnessa del territorio, più l’opera è visibile. Una chiazza bianca tra la terra brulla. L’artista ha colto nel segno, ha preservato la memoria. Per chi non conosce la storia sarebbe difficile immaginare che là sotto c’era un paese. Lasciata l’auto lungo i sentieri sterrati che circondano il Cretto, ci si addentra, a piedi e quasi senza accorgersene, in quella che fu Gibellina. Si entra in un’altra dimensione, quella della memoria. Si inizia a percorrere un labirinto tragicamente emozionale. Alzando lo sguardo lungo i giganteschi blocchi, sembra di rivederle le case che non ci sono più, le vie, gli incroci che un tempo animavano la vita di un mondo lontano. Cespugli d’erba spaccano il cemento e guadagnano la luce. Ancora una volta la vita vince l’assolutezza della morte. Non c’è bisogno di chiudere gli occhi per immaginare. Tutto scorre sullo schermo bianco della pietra. Tutto è reso uguale, come il destino ha voluto. Tutto è reso giusto dal silenzio. L’eco del fragore resta intrappolato lì dentro. Rimangono soltanto le storie, ormai disperse nel tempo. Basta solo aver voglia di andarle a cercare in altri luoghi, dove i sopravvissuti ne conservano il ricordo. Che prima o poi, se non verrà tramandato, finirà nell’oblio.
(continua)



























