
Massimo Pastore, ti sei formato teatralmente sotto la guida di Michele Perriera, di cui sei stato assistente alla Scuola di Teatro del Comune di Marsala. Tante le opere messe in scena, delle quali hai curato la regia. Da ultimo, forse un ritorno a un primo amore, Shakespeare, con una propria lettura di Macbeth. Più in generale, perché è ancora così importante per noi, per la cultura occidentale, il bardo inglese?
Considera che il Macbeth lo ho affrontato per la prima volta dieci anni fa, anche se la mia prima regia in assoluto fu di un Riccardo III al Teatro Impero, circa vent’anni fa, anche con una certa dose di incoscienza, a pensarci oggi.
Perché Shakespeare è ancora così importante per noi? Beh, perché affronta nel suo teatro delle tematiche universali, il rapporto degli uomini con la bramosia di potere, ad esempio, che è forse la parte ancora più moderna e complessa dell’opera shakespeariana, così come l’indagine psicologica dell’animo umano e delle orrende e meravigliose cose di cui può essere capace l’uomo nell’attraversare la propria esistenza, fino al punto di lasciarci anche con il dubbio che, come dice proprio nel Macbeth, la mente dell’uomo possa arrivare a pensare una quantità e una qualità di atrocità che neanche la realtà riesce a incaricarsi di metter poi in atto.
Potremmo dire, con una battuta, che persino ci avverta di come potrebbe andare ancora peggio.
Esattamente. Shakespeare lo amiamo ancora proprio per questo: perché ogni volta trovi in lui qualcosa che in qualche modo illumina la nostra contemporaneità, seppur da così lontano. In fondo, stiamo parlando di quasi 450 anni fa. E, infatti, ci parla attraverso un linguaggio altamente poetico, anche se per noi italiani è praticamente impossibile riproporlo nel pentametro giambico originale, sostanzialmente servendoci di ottime traduzioni in prosa.
Possiamo dire che Shakespeare cambia il destino del teatro moderno?
Sì, lo cambia. Se non altro perché, pur essendo un figlio del Barocco, ha spesso rinunciato allo “spettacolare” e al “grandioso” a favore di una messa in scena essenziale. Molti dei suoi testi si potevano (e si possono) rappresentare dappertutto, poco importa se nelle bettole inglesi o al Globe.
T.S. Eliot diceva «che Dante e Shakespeare si sono diviso il mondo senza lasciare posto a un terzo». Nel suo Canone Occidentale, dove stabilisce in senso gerarchico chi sono le grandi personalità letterarie che hanno segnato la nostra cultura, Harold Bloom inserisce in prima posizione Shakespeare e poi Dante. Più umilmente, mi permetto di aggiungere io la figura di Miguel De Cervantes. So che è un’intervista ma mi permetti di approfittare della tua figura, di certo non comune a Marsala, per “chiacchierare” di un po’ di cultura letteraria, oltre che teatrale e sociale del nostro tempo? Voglio dire: diciamo che sia Dante che Shakespeare hanno calato l’uomo negli abissi, mentre il Cervantes lo mette a nudo nel suo ridicolo prendersi troppo sul serio. Forse è il terzo che, a noi siciliani, è rimasto, inconsapevolmente, nelle vene?
Ci sono due storie del teatro: la “nostra”, quella occidentale e l’altra, quella orientale che, a esser onesti, non conosciamo ancora abbastanza. Ma i greci di certo fecero qualcosa che ha segnato e continua a segnare anche il teatro occidentale, ovvero ritennero che questa forma d’arte dovesse avere luogo in un edificio costruito appositamente per la sua rappresentazione, un po’ come il tempio per le celebrazioni e i riti religiosi.
Parlo dell’edificio del teatro, una struttura tra l’altro costruita in modo tale che, chi guardava gli attori in scena, dovesse volgere lo sguardo verso il basso: era (ed è) un invito alla profondità, a riflettere. Diceva Michele Perriera che a lui i teatri greci ricordavano persino l’utero femminile, quasi a sottolineare l’anelito incessante a rientrare nei meandri della nostra origine. Il teatro greco nasce con questa intenzione, di proiettarci verso il cielo e, al tempo stesso, avvertirne l’incolmabile distanza. ha continuato, per secoli, a indagare questa separazione tra terra e cielo, una condizione esistenziale che Hegel avrebbe poi definito “epoca della coscienza infelice”. Il teatro greco provava a risolverla con l’eroe tragico, che è un eroe il cui destino è già segnato prima ancora di cominciare, la sua lotta è spesso destinata a fallire sin dall’inizio, eppure non per questo demorde, non per questo si tira indietro. Questa è la tragicità greca, sapere che l’uomo nulla può contro il fato, contro il destino, ma non per questo può rinunciare ad affermare la propria volontà, il proprio desiderio.
Dante ci fornisce invece l’immaginario simbolico sul quale ancora oggi facciamo, più o meno consapevolmente, affidamento: la tripartizione dell’aldilà – Inferno, Purgatorio, Paradiso – in base alla famosa “legge del contrappasso”. Naturalmente, anche Dante non esce immune da questo confronto con la forza delle passioni e del desiderio, tanto da svenire, sopraffatto dalla pietà, di fronte al racconto di Paolo e Francesca e alle pene alle quali sono condannati per l’eternità. E lo stesso Shakespeare, d’altronde, di fronte alla grandezza malefica e malvagia di alcuni dei suoi personaggi, ci lascia lo spazio per indagare anche un barlume di umanità. Pensiamo all’ultimo monologo di Macbeth, il famoso «Domani e poi domani»: è uno dei monologhi più commoventi della storia del teatro, pronunciato da uno che aveva appena ammazzato tutti. Così che potremmo dire che, più che dividersi il mondo, Dante si è preso il cielo e Shakespeare si è preso la terra.
Invece, venendo al Cervantes, egli ci guarda con il sorriso ironico e beffardo, se vogliamo, tipico del Barocco: guarda soprattutto la nostra vanità, quella con cui l’uomo spesso si lascia condurre durante la propria esistenza.
Tra i vari sogni teatrali che, certamente, avrai, quale il più pressante e quale quello decisamente più arduo, almeno a livello personale?
Sarebbe quello di veder concretizzarsi, in questa città, un luogo dove poter fornire ai giovani la possibilità di conoscere, approfondire, indagare ed esplorare la grande tradizione teatrale occidentale, dai greci fino ai nostri giorni. Non semplicemente un luogo di divulgazione o un luogo di formazione, certamente di richiamo per i giovani, ma un vero e proprio laboratorio di “bellezza”. Vorrei che Marsala potesse essere un luogo dove si curi e si insegni l’altissimo valore della “bellezza” come fondamento di altri parametri basilari della natura umana: la giustizia, la verità, la libertà, a riconoscere e rispettare l’altro.
Se in una città non si cura un’idea di bellezza diffusa, non puoi lamentarti che i ragazzi (che non è vero che siano tutti extracomunitari, ci sono anche i nostri figli) il sabato sera si lascino poi prendere dallo sconforto e dalla rabbia che si concretizzano in azioni abbastanza spiacevoli, se non proprio violente.
Le oggettive difficoltà di fare teatro o, comunque, cultura a Marsala ci dovrebbero fare insistere o esimerci dall’invito ai ragazzi di impegnarsi?
Sono 44 anni che faccio teatro, dapprima nella cosiddetta versione amatoriale, dilettantistica, nella quale ho conosciuto persone straordinarie, prima fra tutte quell’anima nobile di Enrico Russo, che è stato per me non solo un compagno di scena per 15 anni ma anche un vero e proprio fratello. Con lui ho appreso l’artigianato teatrale. Andavamo il sabato notte, con lo stesso Enrico e con Peppe Giacalone, a montarci il palco a Villa Favorita, per fare poi la nostra rappresentazione la domenica pomeriggio e poi, naturalmente, smontavamo tutto una volta finito lo spettacolo. Perché, a quel tempo, non c’era un teatro disponibile in questa città. Enrico ha pagato, pagato moltissimo il suo voler proporre a questa città un teatro di qualità.
Poi, per me, è venuta l’epoca dell’alta formazione portata avanti dalla Scuola di Teatro del Comune diretta da Michele Perriera: totalmente gratuita per gli allievi, è bene ricordarlo. Un periodo felicissimo per la città. E oggi provo col mio Teatro Abusivo di Marsala, il TAM, a non far spegnere del tutto quella fiamma accesa ai tempi di Michele. E reclamo con orgoglio l’importanza di quella esperienza che provo a trasmettere ai miei allievi e alle mie allieve con quello che ho raccolto, che ho appreso, quello che ho vissuto e sperimentato.
A proposito della tua scuola, mi pare che, dopo il recente Macbeth messo in scena al Centrale Music Hall, tra un paio di giorni tornate con un nuovo lavoro.
Sì, giovedì 17 luglio, al Baluardo Velasco di via Bottino, alle 21:30, proponiamo il saggio del gruppo ragazzi del TAM su di una mia riscrittura de “Il gabbiano” di Anton Checov, mai rappresentato a Marsala. Una delle opere che hanno cambiato per sempre la storia del teatro. Apparentemente, parla di cose che tutti sanno: di rapporti familiari, di conflitti e di delusioni ma, in realtà, tratta della libertà dell’artista, di ogni artista, della bellezza degli eccessi giovanili, della necessità che si sfidi la vita fino allo stremo, nel tentativo – spesso vano, ahimè – di piegarla ai nostri desideri e ai nostri sogni.
Fare teatro non è certamente aiutato dalle istituzioni italiane, non ne parliamo a Marsala. Forse perché non è ancora vista come parte di una più ampia industria culturale?
Senza voler apparire presuntuoso o troppo fantasioso, il problema per me è invece proprio l’opposto, non considerare la cultura, l’arte, il teatro, semplicemente per quello che sono: un valore, non un’industria culturale. Noi non dobbiamo fare teatro perché Marsala deve avere la stagione teatrale, deve avere la stagione estiva, non dobbiamo fare musica perché dobbiamo fornire un servizio ai cittadini. Noi dobbiamo fornire un valore di riferimento, quello sì.
E nella società, nella base popolare che pure vota gli amministratori che poi hanno un peso sui destini della cultura della nostra società, come si fa divenire maggioritaria questa visione?
E perché deve divenire maggioranza, almeno nell’immediato? Io parlo di un lavoro che richiede intere generazioni per essere realizzato. Anche lì i greci ci hanno lasciato la loro lezione: per secoli hanno permesso alla polis di poter frequentare il teatro non come un luogo d’intrattenimento, ma uno spazio dove coltivare il senso di appartenenza a una comunità attraverso quello che era un vero e proprio rito laico.
Prima di passare ad alcune questioni più eminentemente marsalesi, una domanda propedeutica al discorso a seguire: un uomo di cultura credo sia militante per natura. Ma, rispetto alle piccole beghe della politica locale, di tutti i colori, quanto è opportuno che l’uomo di teatro appaia militante o coinvolto dalle contese politiche contemporanee?
Lo dico subito: l’arte è, di per sé, partigiana. Non può essere altrimenti. Non può non prendere posizione. L’arte è l’artista, l’artista è l’arte. Tutte le grandi rivoluzioni, tutte le grandi lotte del passato sono partite dalle nette prese di posizione di artisti, intellettuali, filosofi. Quando qualcuno mi dice – e mi è stato detto più volte in questi anni, a Marsala – «ma non è che in teatro possiamo fare politica!». E dove la vuoi fare la politica se non in teatro? Dove la vuoi fare se non la fai attraverso la letteratura, attraverso la poesia, attraverso la pittura e la scultura? Dove la vuoi fare questa politica, al bar?
Pensiamo all’ultima fatica teatrale di Luigi Pirandello, I giganti della montagna. Ebbene, sappiamo che Pirandello prese la tessera del Partito Fascista, forse più per opportunismo che per convinzione, magari aspirando a diventare direttore del Teatro Argentina di Roma, ma in quella pièce realizza una satira micidiale del Fascismo e della sua insopportabile esaltazione della tecnica, della forza, della potenza che finirà per uccidere la Poesia: i “giganti” sono proprio i burocrati fascisti e l’autore descrive l’ottusità di una generazione che aveva chiuso il suo animo a ogni sensibilità. Ecco perché ti dico che, al di là del fatto che uno possa essere comunista, fascista, monarchico o repubblicano, non si può dire a un artista di non prendere posizione.
Torniamo alla nostra città. C’è una differenza sostanziale tra la precedente amministrazione e questa? O è un atteggiamento che tutta la politica trasversalmente riserva alla cultura, al teatro?
A parte una breve parentesi dell’amministrazione Lombardo, soprattutto grazie all’opera di quella persona illuminata che risponde al nome di Nino Rosolia, in maniera molto franca ti devo dire che, in questa città, negli ultimi 25 anni, la cultura è stata considerata da tutte le amministrazioni comunali – e sottolineo “tutte”: di destra, di sinistra, di centrodestra, di centrosinistra, – come un impaccio o un qualcosa di accessorio. Anzi, mi viene in mente un paragone. Sai quando tu, alla fine di un pranzo, dici: ma che facciamo, non ce lo mettiamo pure un cannolo? Abbiamo fatto venticinque antipasti, quattro primi, quattro secondi e, alla fine, ci mettiamo pure un cannolo. Anche se non lo mangia nessuno, facciamo figura! Ecco, direi che la cultura, per le varie amministrazioni marsalesi, è stata considerata, almeno fino a oggi, alla stregua di un bel cannolo alla ricotta. Non stupiamoci, poi, se anche i vari cartelloni teatrali, proposti ultimamente, assomiglino a un’accozzaglia di spettacoli più o meno ruffiani, senza nessuna discorso culturale ben coerente. E, anche in questo, non perdiamo occasione di mostrare tutto il nostro provincialismo.
C’è una reale opposizione, politica o, addirittura, ontologica, tra un concerto di un cantante pop che riempie la piazza e l’arte più pura o, passami l’espressione, più spessa?
Per nulla. Ci dovrebbe essere quello e l’altro. L’esempio più immediato che mi viene in mente, in termini teatrali, è Edoardo. Egli nacque come autore e attore popolare e oggi è considerato una delle vette della drammaturgia del secondo Novecento, rappresentato persino in Giappone. La vera cultura è sempre popolare, e quando essa si arrocca nelle torri d’avorio, quindi presupponendo di essere inavvicinabile e intoccabile, finisce per tradire sé stessa. Talmente è popolare la “cultura” che ha pure il coraggio di sfidare anche l’impopolarità.
Nel 1921 Pirandello mise in scena i Sei personaggi in cerca d’autore, e sai come finisce? Con la platea che gridava: «manicomio, manicomio, manicomio!». Pirandello dovette uscire dalla porta di servizio per evitare il linciaggio. È un’altra, semmai, la cosa inaccettabile: la mala fede di chi pensa a riempire i teatri come se fossero botteghe dove si deve vendere salumeria di scarsa qualità spacciandoli per vere e proprie delizie del palato. Tanto, quello che conta, è che il pubblico si faccia quattro risate. Liberi di farlo ma è culturalmente irricevibile. È banale, oserei dire squallido e non attiene per nulla alla differenza di genere che passa tra “commedia” e “tragedia”. Magari si facesse, invece, a Marsala, una bella stagione teatrale della grande commedia brillante, non solo greca e latina, ma anche contemporanea. Magari, davvero.
Perché si va a teatro. O, almeno, perché si dovrebbe?
Bertolt Brecht diceva: «Se la gente vuol vedere solo cose che può capire, allora non dovrebbe andare a teatro ma al bagno ». Si va a teatro per sperimentare mondi alternativi e, attraverso quelli, mettere in crisi le proprie consolidate convinzioni, farsi una domanda in più, tanto assistendo a un dramma quanto assistendo a una bella commedia.
C’è un problema anche tra gli operatori culturali a Marsala? Così divisi e incapaci di far fronte comune? Insomma, la cultura è un hotel con tante camere o una stanza comune dove ognuno ha la sua branda?
Io, sinceramente, non so più quante siano queste compagnie teatrali a Marsala. Tutte stimabilissime, per carità. Ma – e mi prendo, come sempre, la responsabilità di ciò che dico – il problema e la confusione nascono dal fatto che tutte queste stimabilissime realtà cittadine spesso sono il camuffamento di una volontà narcisistica spropositata, per cui io, avendo riconosciuto che ho una certa capacità istrionica, un po’ di capacità di articolare discorsi più o meno interessanti, mi faccio una bella compagnia, appagando il mio ego e, forse, financo mettendomi in tasca qualcosa. Raggiungo, in fondo, l’obiettivo di autodefinirmi attore, regista o quel che si vuole.
E la vogliamo dire anche un’altra cosa? C’è molta più presunzione, superbia e settarismo all’interno di questi gruppi (che, magari, professano l’umiltà dei “dilettanti”) che all’interno di una realtà di formazione teatrale come quella che conduco io in questa città, da 15 anni. Sotto la finta umiltà di alcuni ambienti culturali o pseudo-culturali marsalesi si nasconde persino l’indisponibilità a riconoscere quel che di buono il TAM ha fatto per il teatro a Marsala, in questi anni. Anche da parte di un gruppo di artisti marsalesi che, pur a fronte di un’azione meritoria come quella degli spettacoli alle Saline, poi pare non avere mai spazio e tempo di metter in scena i lavori che preparo con i miei allievi, con i miei abusivi, tra l’altro offerti loro gratuitamente. È una scelta legittima, ma mi si permetta almeno di dire anche alquanto incomprensibile.
Ovviamente, se lo richiederanno, offriremo loro lo spazio per replicare a queste tue affermazioni.
Ci mancherebbe. Ma è doveroso da parte mia dirlo, anche per chiarire, spero una volta e per tutte, un punto fondamentale: non è Massimo Pastore che si isola. Magari ci sarà una sorta di antipatia legittima nei miei confronti, figuriamoci: non possiamo esser simpatici a tutti. Però due anni sono due anni e noi non siamo proprio gli ultimi arrivati.
A tal proposito, ricordo una vicenda tra me e Giorgio Magnato, che pure era stato uno dei più violenti oppositori della scuola di Michele Perriera. Ebbene, anni fa Giorgio Magnato mi chiamò, chiedendomi di fargli un ruolo nella sua messa in scena di Fiat Voluntas Dei, con Maurizio Favilla, Nino Scardino e Maurizio Rallo. Io avevo solo due battute, alla fine, e facevo il macellaio. Ci siamo divertiti e ricordo ancora con piacere quella esperienza. Dov’è lo snobismo che, troppo spesso, mi si affibbia? Ma, del resto, a pensarci bene, di cosa potrei lamentarmi? Credo di avere attorno a me persone straordinarie, le anime belle e lucenti del TAM che mi attorniano e con le quali condivido l’idea di un teatro fantasmatico e avventuroso, come un vecchio e sgangherato circo di paese.
Prendendo spunto da questa vicenda, c’è qualcosa che, tuttavia, ti puoi rimproverare? Magari c’è un atteggiamento umano che è stato frainteso, una tua certa riservatezza o una timidezza che è stata presa per il verso sbagliato…
Forse, un mio “giovanile” furore contro ciò che mi appariva, teatralmente parlando, banale e volgare. Oggi, ho capito che anche nella più orrenda delle rappresentazioni teatrali può irrompere improvvisamente un lampo di genialità da cui trarre ispirazione. E poi, certe mie prese di posizione troppo estreme e intransigenti. Insomma, non ho nessuna difficoltà ad ammettere che, forse, a volte, avrei potuto risparmiarmene una parte, sebbene non le rinneghi in toto, ancora oggi. Ogni esistenza ha le sue stagioni. Certo, nessuno può chiedermi di scendere a patti con la mediocrità o con la falsità. Ma non sempre questo esprime, di per sé, un giudizio umano negativo sugli altri.
Una cosa, però, non me la rimprovero: non avere avuto limiti nell’amore che ho cercato di infondere ai miei allievi per un teatro non prevedibile e scontato. Anche quando, come in tutte le grandi storie d’amore, qualche volta, alla fine, qualcuno lo ha rinnegato.
Ricordo il tuo grido di denuncia per lo scempio di una ristrutturazione del Sollima che ha causato ingenti danni all’estetica dello stesso. Come non concordare. Ebbene, però non pensi che, alla fine, di fronte alla sordità di tutto l’arco di forze politiche sedute dentro e fuori dal Consiglio Comunale, e in giunta, ci siamo dimenticati di una cosa, che almeno per me, è la vera battaglia da cui parte tutto? Avere a disposizione almeno il Sollima in maniera realmente continua e totalmente gratuita?
Intanto, permettimi di riconoscere che almeno un consigliere comunale, Gabriele Di Pietra, ha dato sponda alla mia denuncia dell’orribile ristrutturazione del Sollima. Fu lui a rendere lo stesso Consiglio comunale edotto sulla questione per la quale io sono stato persino accusato di ritoccare le foto pubblicate. E, invece, c’è addirittura una diffida della Sovrintendenza, c’è una relazione letta all’Ars dall’Assessore regionale al ramo dei Beni Culturali, col quale certo non ci accomuna alcuna visione politica, nella quale si afferma che il Comune di Marsala ha agito in spregio a qualsiasi norma. In altri posti, sarebbe saltata qualche poltrona. Qui non è successo nulla.
Pensi che ci sia stata imperizia o superficialità?
Ignoranza. Ma, tornando alla questione generale del Sollima, esso ha un regolamento di grande respiro che prevede come lo stesso debba esser destinato principalmente a ospitare spettacoli con finalità formative, divulgative della migliore tradizione teatrale, musicale, operistica, ecc. ecc. È questo oggi? Non mi pare. Io stesso ho presentato un progetto, qualche tempo addietro. Pensiamo a un Teatro comunale che recuperi la funzione originaria: potrebbe essere un teatro cittadino in grado di portare i nostri spettacoli fuori città, anche a Palermo, per esempio. E, ultimo, ma non meno importante: si può permettere la città di Marsala che un piccolo gioiello di architettura come il suo Sollima rimanga sempre chiuso fuori dalla programmazione teatrale e dagli orari di rappresentazione?
Un’ultima questione. Parto da una mia battaglia, cercando di non coinvolgerti troppo. Ma nei post che uso per accompagnare la mia petizione per il libero attraversamento, controllato, della passeggiata che costeggia la Plateia Aelia, ho pubblicato delle immagini prodotte con l’IA di una Parco Archeologico libero dalle catene di questa attuale recinzione cantieristica, tutto a prato verde e con recinzioni artigianali di pregio a ridosso dei siti effettivamente visitabili a sbigliettamento. Prefigurando una sorta di Hyde Park londinese in chiavemarsalese, col suo celebre Speaker’s Corner dove anonimi cittadini e personaggi famosi, ergendosi su una cassetta o uno sgabello, lanciano i loro discorsi, le loro invettive o leggono i loro versi. Se dovessi mai riuscire nella mia battaglia, tornerai a leggerci o recitarci qualcosa in prima persona? Lo sgabello lo porto io.
Peggio, è una recinzione da campo di concentramento quella che vediamo. Non so se tu te lo ricordi, ma quando fu avviato questo Parco, fui chiamato io, dall’allora sindaco Carini, per realizzare lo spettacolo inaugurale. Gratuitamente, naturalmente. E sebbene ancora oggi si continuino a fare al suo interno delle cose, questo Parco – mi dispiace sottolinearlo – mi appare oggi come una mera distesa di erbacce. Magari non sarà colpa dell’ultima direzione, ma la situazione attuale è questo e non possiamo sottacerlo. Quella recinzione arrugginita, caduta o divelta, in altre parole vergognosa, è il simbolo di un Parco che è diventato una cortina tra la città e il mare, una sorta di linea di demarcazione che lo separa dal resto della città e lo condanna all’emarginazione.
Grazie Massimo.
Grazie a voi.
Ninny A.Aiuto
scrive di cultura, società, politica ed è il principale animatore di questa petizione:
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