Caro Professore,
è difficile trovare le parole giuste quando ci si trova alla fine di un cammino importante. E forse proprio per questo sento il bisogno di scrivere, di affidare alla parola scritta ciò che con la voce, forse, non riuscirei a dire fino in fondo. Perché concludere un percorso non significa solo finire qualcosa, ma anche riconoscere ciò che si è vissuto, ciò che ci ha cambiati, ciò che ci ha fatto crescere. E l’ora di religione cattolica, nel mio caso, è stata molto più di una semplice materia scolastica.
Ricordo ancora le prime lezioni, quando entravo in classe senza sapere bene cosa aspettarmi. Pensavo che si sarebbe parlato soltanto di Chiesa, di comandamenti, di nozioni. Ma presto ho capito che in quell’aula si faceva molto di più: si parlava di vita. Della vita vera, di quella che ci tocca ogni giorno, con le sue domande, le sue contraddizioni, le sue bellezze e le sue ferite.
Lei, Professore, ci ha insegnato che la fede non è qualcosa da imparare a memoria, ma qualcosa che si può incontrare, esplorare, persino mettere in discussione. Ci ha insegnato che credere non è chiudere gli occhi, ma spalancarli. Che non è imporre delle risposte, ma avere il coraggio di porsi le domande giuste. E ci ha accompagnati in questo viaggio con discrezione, rispetto, ma anche con passione e dedizione, come solo chi crede davvero in quello che fa sa fare.
In queste ore, abbiamo parlato di Dio, sì, ma anche e soprattutto dell’uomo. Dell’uomo fragile, in cerca di senso, capace di amare ma anche di perdersi. Abbiamo parlato di giustizia, di libertà, di perdono, di speranza. Abbiamo affrontato temi difficili: la sofferenza, la morte, il male. Ma sempre con uno sguardo profondo, umano, mai banale. Abbiamo imparato a leggere dentro le cose, a leggere dentro di noi.
A volte le lezioni sembravano diventare quasi silenzi pieni di significato. C’erano momenti in cui le parole si fermavano e restavano solo le emozioni, gli sguardi, le riflessioni interiori. Perché la religione, alla fine, è anche questo: la capacità di fermarsi, di ascoltare, di lasciarsi toccare dentro. Di lasciarsi interrogare.
Ognuno di noi ha vissuto questo percorso a modo suo. C’è chi è credente, chi è in ricerca, chi ha dubbi, chi non crede affatto. Eppure, nessuno è rimasto escluso. Lei è riuscito a creare uno spazio in cui ognuno potesse sentirsi accolto, rispettato, ascoltato. Questo, per me, è stato un grande insegnamento: che la religione vera non divide, ma unisce. Che non giudica, ma comprende. Che non impone, ma propone.
Nel tempo, ho sentito che qualcosa dentro di me cambiava. È difficile spiegare cosa. Forse una maggiore consapevolezza, forse uno sguardo più profondo sulle cose, forse una maggiore apertura verso gli altri. Forse il semplice fatto di aver imparato che la vita è molto più grande di ciò che vediamo, e che ogni persona che incontriamo porta dentro un mistero sacro, degno di rispetto e attenzione.
Grazie, Professore, per la pazienza, per le parole sagge, per i silenzi rispettosi, per gli spunti che ci ha donato. Grazie per non aver mai trasformato la religione in una lista di regole, ma in un invito a vivere con più autenticità, più verità, più amore. Grazie per averci creduto, anche quando forse noi non ci credevamo.
Porterò con me molte cose: i temi affrontati, le frasi scritte alla lavagna, i dialoghi, le provocazioni, i dubbi lasciati in sospeso. Ma soprattutto porterò con me il valore di ciò che ci ha insegnato: che ogni persona è un mistero da rispettare, che ogni vita ha un senso da cercare, e che la fede, anche quando vacilla, può essere una luce che accompagna, che consola, che dà forza.
Concludo questo mio saluto con gratitudine sincera e con il cuore pieno. So che questo non è un addio, ma solo un “grazie” profondo per tutto ciò che è stato seminato in questi anni. Anche se non tutto è visibile subito, sono certo che quei semi daranno frutto, nel tempo, nella vita, nel cuore.
Con stima, affetto e riconoscenza,
Fritz Andrei Ursulum VE,18 anni



























