Il femminicidio è solo la punta dell’iceberg: la (sub)cultura che lo produce è il PATRIARCATO un sistema di potere che assegna alle parole, ai pensieri, ai desideri e ai corpi delle donne meno valore in diversi ambiti e maniere. Ma come è possibile adottare politiche serie di prevenzione e contrasto se non c’è conoscenza sul fenomeno e se si chiudono gli occhi davanti a una realtà strutturale?
Non aspettiamo il morto per intervenire. Mentre le cronache continuano a riferire di femminicidi che sembrano seguire uno schema ormai noto – minacce, stalking, denunce inascoltate – la società civile si divide. Una parte, quella sana, non vuole restare a guardare ed è inorridita per il degrado emotivo della nostra società; dispiaciuta, scende in strada il 2 aprile a Roma e a Bologna, subito dopo la notizia del ritrovamento del cadavere di llaria Sula. Fianco a fianco la folla si e’ presa per mano, e ha fatto “rumore” gridando la loro rabbia e la loro paura. Poi un’altra incita la violenza di genere – per fortuna, una minima percentuale di uomini e alcune donne cresciuti in una subcultura intrisa di misoginia. Penetra nei dibattiti via social, portando con sé una visione tossica dei femminicidi e della battaglia di genere che noi stiamo cercando di combattere, lottando ogni giorno, per esempio, affinché possa essere introdotta l’educazione sentimentale e sessuale nelle scuole sin dalla tenera età. Lo sappiamo, che questi strumenti non bastano, ma sarebbero l’inizio di un processo in cui l’intera collettività si assume la responsabilità di un nuovo alfabeto emotivo.
Si tratta di andare a modificare le gabbie mentali acquisite, a prescindere dal genere, e fatte proprie da uomini e donne che, in una quantità di gesti quotidiani, continuano a legittimare e trasmettere luoghi comuni duri a morire, come giochi, comportamenti e sentimenti differenti per genere. Smontare queste trappole cognitive da un punto di vista linguistico è importante. Io, Maria Gerardi, presidente di Con Te Donna, un centro d’ascolto per donne vittime di violenza, crede sicuramente che serva una maggiore presa di posizione degli uomini. Valgono i gesti simbolici dei maschi che condannano le azioni violente sulle donne; c’è la necessità di una rinnovata coscienza maschile che sia in grado di sviluppare riflessioni sul rapporto uomo-donna e mettere nuove basi per relazioni soddisfacenti. Non so se questo voglia dire diventare tutti femministi. Credo che si debba costruire adultità e, nello specifico, aiutare i maschi a costruire ponti, non a erigere muri.Per contrastare il fenomeno in maniera efficace si potrebbe intervenire in vari modi cambiare il linguaggio, per esempio, ma anche affrontare la vittimizzazione secondaria ○ la ○ colpevolizzazione della vittima da parte delle autorità e del racconto dominante, per cui nella maggior parte dei casi si cerca nella condotta della vittima di chi ha subìto violenza un motivo per attenuare ○ giustificare quella dell’aggressore. E’successo ancora una volta con Sara Campanella, accusata di non aver denunciato il suo aggressore che da due anni la perseguitava.
Spero che questo testo possa contribuire a stimolare una riflessione più ampia sulla violenza di genere e sulla necessità di un cambiamento culturale e sociale per prevenirla.
Maria Gerardi, presidente “Con Te Donna”



























