
In occasione del trentennale delle stragi di mafia, la biblioteca sociale di Marsala “Otium” ha ospitato Giovanni Impastato, fratello di Peppino, che ha presentato il suo libro “Mio fratello. Tutta una vita con Peppino”. L’incontro è stato moderato Saverio Cipriano e Nicoletta Vaiarello. Una storia che parte da Cinisi, comune della città di Palermo, con una famiglia di agricoltori legati alla famiglia mafiosa locale: il padre Luigi era il cognato di Cesare Manzella, capomafia del paese, ucciso in un attentato. Uno dei primi boss che individua nel traffico di droga una potenziale fonte di profitto. Peppino nasce in questo contesto sociale, prendendone subito le distanze con coraggio, ribellandosi in modo rivoluzionario attraverso l’attività di Radio AUT. La prima rivoluzione di Peppino Impastato ha inizio in famiglia, spronato dallo zio Matteo. Una presenza, lo zio, che si rivelerà fondamentale e che lo ha introdotto alla cultura, alla lettura dei giornali e dei libri. Quello di Peppino è un contesto sociale in cui gli ambienti criminali si contrastano con una cultura in continuo mutamento. Una storia che non si è interrotta non la sua uccisione. Giovanni, fratello minore, li ha vissuti quegli anni, camminando con Peppino, ben oltre i cento passi che separavano la loro casa da quella di Badalamenti, facendoli diventare milioni.

Noi abbiamo intervistato Giovanni Impastato
Come nasce questo libro?
Questo libro nasce da tante emozioni che sono venute fuori, facendo un percorso di memoria. Io ho voluto mettere in evidenza degli episodi inediti che non si conoscevano, che non erano a conoscenza del grande pubblico, che sono anche episodi intimi. Molto intimi, perché racconto tutto quello che abbiamo fatto con Peppino, quello che abbiamo vissuto nel periodo dell’infanzia all’interno di una famiglia mafiosa. Onestamente io posso dire che ho sofferto tantissimo. Il 26 giugno compio 69 anni e il prossimo anno sono 70, un traguardo che io ritengo anche importante e mi volevo portare qualcosa anche di me. Poi sono entrato in crisi e ho deciso che si deve sapere tutto su Peppino, non possiamo nascondere nulla. Noi dobbiamo raccontare tutto perché Peppino è molto amato dalla gente, perché Peppino non appartiene soltanto a noi. Dobbiamo mettere in condizione le nuove generazioni di recepire il suo messaggio. Allora ho deciso di scrivere questo libro, di non nascondere nulla. Tengo a precisare una cosa: io non ho voluto togliere nulla a tutto quello che è stato fatto su Peppino. Ho voluto aggiungere qualcosa, perché tutto quello che è stato fatto è importante ed io ho motivo di ringraziare la gente che scrive su Peppino.
Che persona era Peppino?
Noi siamo abituati a vederlo, a considerarlo, nell’immagine del rivoluzionario, del politico. Lo era e aveva acquisito una forte coscienza politica, ideologica, non soltanto una forte coscienza antimafia, però Peppino era una persona con una carica umana impressionante. Ho conosciuto poche persone con una carica umana come quella di Peppino, con un entusiasmo unico, nel lottare contro ogni forma di ingiustizia. Però era uno a cui gli piaceva divertirsi, molto ironico, infatti le trasmissioni “Onda Pazza” alla radio dimostrano il suo carattere, la sua ironia. Ecco per dire chi era Peppino: in un carnevale, qualche anno prima di morire, lui scompare un pomeriggio e non sappiamo dov’è andato a finire. La sera poi c’era una confusione enorme, soprattutto di bambini, perché c’era un clown che intratteneva quei bambini. Quel clown era Peppino. C’è una foto che lo immortala in questo senso. Lui si è trasformato in clown che giocava con un corteo di bambini dietro. Peppino era questo: un artista, e noi sappiamo che gli artisti spesse volte, rispetto ai politici, hanno qualche passo in più. Una maggiore sensibilità. Peppino viene da quell’esperienza, da quella cultura degli anni ’60 che non sono stati soltanto anni di piombo ma anche di lotta, di studio, di ricostruzione e tutto il resto. Lui era preparatissimo. Per la sua età (muore a 30 anni) aveva un bagaglio culturale enorme. Non si era laureato perché lui sosteneva che i libri accademici potevano aspettare ancora. Era più urgente formarsi dal punto di vista culturale e sociale, al di fuori dai libri accademici, al di fuori dell’università, che lui riteneva importantissima. Era un intellettuale con un pregio: stava con quella gente che era semianalfabeta, che non aveva mai letto un libro e si poneva sullo stesso piano, cercando di cogliere qualcosa in loro, di imparare e di trasmettere.

Siamo arrivati al trentennale delle stragi del ’92…
Le stragi mi hanno coinvolto. Non esagero se dico che la mia vita è un po’ cambiata perché io venivo da quell’esperienza forte di militanza antimafia per quanto riguarda Peppino e la ricerca della verità. Ancora il processo non si era concluso. C’erano le istruttorie che venivano aperte e riaperte. Tutte queste persone, in particolare Falcone, hanno dato un contributo notevole alla ricerca della verità per quanto riguarda il caso di Peppino, punti di riferimento che poi mi crollavano addosso. Ho vissuto un momento di angoscia, di sconfitta, di paura, di rassegnazione, però poi ci siamo rimboccati le maniche, ci siamo guardati intorno e abbiamo trattenuto le lacrime e siamo andati avanti. Molte cose non vanno. Se noi la lotta alla mafia la vediamo dal punto di vista istituzionale, io non credo che questo sia veramente un modo per lottare la mafia. A livello istituzionale la lotta alla mafia va portata sull’onda dell’emergenza, non sull’onda della prevenzione. Qui noi abbiamo bisogno di fatti concreti, non possiamo ancora perdere tempo. Abbiamo bisogno di una riforma carceraria, di una riforma vera sulla giustizia.



























