Mostro di Marsala: 50 anni dall’omicidio di Ninfa, Virginia e Antonella. Tanti ancora gli interrogativi

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Sono trascorsi esattamente 50 anni da quel tragico 21 ottobre 1971, quando a Marsala, in provincia di Trapani, punta estrema della Sicilia Occidentale, si consumava uno dei più efferati delitti della cronaca nera italiana: l’omicidio di Ninfa Marchese, Virginia Marchese e Antonella Valenti dal cosiddetto “Mostro di Marsala”. L’amministrazione Comunale, in occasione dell’anniversario, ha annunciato che sarà intitolato un luogo pubblico in ricordo delle tre bambine ed è stata avviata la procedura per individuarlo. Negli anni ’70, la città di Marsala incentrava il commercio sul vino, l’attività portuale era costantemente trafficata e le strade affollate, polverose e strette. Le donne rimanevano a casa, curavano la prole e si prendevano cura degli uomini che tornavano stanchi da lavoro. Una realtà certamente diversa rispetto a quella di oggi, in un territorio sempre vasto, dove c’erano grandi appezzamenti di terreno, con alberi secolari che facevano da anticamera a lussuosi ville e giardini che appartenevano ai nobili. Il mare rappresentava una risorsa importante per la città: chi non aveva un lavoro stabile e viveva alla giornata, poteva trovare sempre qualcosa per mettere insieme il pranzo con la cena e ricominciare il giorno successivo a cercare qualcosa di nuovo. La città di Marsala sembrava apparentemente tranquilla, tutti sembravano conoscere bene le dinamiche di quella piccola lingua di terra nella punta estrema della Sicilia e sembrava non potesse mai accadere nulla.

“Così diversa sei adesso, io son sempre lo stesso” citando “Piccola Città” di Guccini. Cinquant’anni dopo quei fatti, ahinoi, la storia ci ha insegnato che si tratta di una tranquillità apparente e i fatti di sangue che hanno colpito la città in tempi recenti, come l’omicidio di Nicoletta Indelicato o quello di Luigi Loria, dimostrano quanto siano ancora fragili gli equilibri. Il procuratore della Repubblica Cesare Terranova, nel 1971, era arrivato da poco a Marsala, insieme all’agente Lenin Mancuso. A Marsala non c’era lo stesso fragore che c’era a Palermo, non c’erano i corleonesi, le sirene che suonavano in lontananza da mattina a sera e quell’ansia costante. Niente di tutto ciò. Antonella aveva nove anni, Ninfa e Virginia rispettivamente sette e cinque anni ed erano cresciute tra le case popolari INA di Marsala, in assoluta povertà. Non esisteva nessun parco giochi e i bambini giocavano tutti in strada, insieme. Non c’erano i soldi per comprare le bambole ad ognuna di loro, i soldi non c’erano, non bastavano, quindi le bambine dovevano dividersi quella che avevano. I figli non crescevano viziati, quindi davano priorità alla sussistenza piuttosto che al bene materiale e si accontentavano quindi di una bambola rotta, anche senza una gamba o un braccio. Non era importante. C’era la fantasia che riusciva a creare mondi lontani, distanti da quel quartiere pieno di cemento e fango di una periferia. Antonella, Ninfa e Virginia erano consapevoli di queste dinamiche, lo sapevano bene e si accontentavano di quello che avevano. Erano delle bambine educate, aiutavano la loro mamma a svolgere i lavori domestici. In quegli anni le famiglie erano numerose, si facevano tanti figli e bisognava aiutarsi. Quando i figli maschi andavano a lavorare con il padre in campagna o in attività vitivinicole, le femminucce andavano a scuola e poi aiutavano la propria madre nelle faccende domestiche.

Sembrava una giornata tranquilla come tante altre quella di giovedì 21 ottobre 1971. Alle ore 14:00 del pomeriggio, Antonella, Ninfa e Virginia lasciano la scuola elementare Pestalozzi di Piazza Caprera a Marsala, percorrono Via Nino Bixio e Via Campobello per raggiungere la propria casa. In quel tratto di strada, scompaiono nel nulla. Immediatamente partono le ricerche. Dove sono le bambine? Nessuno le vede, nessuno sente niente e nessuno parla. La città tranquilla diventa improvvisamente un brusio di ipotesi e sussurri di ogni tipo. Vengono interrogate le famiglie, i compagni di scuola, gli insegnanti, i vicini di casa. Non salta fuori nulla. Chi ha preso le bambine? E’ stato forse un mostro? Un pervertito? Un forestiero? Si chiedono i cittadini. Parte la caccia al mostro. Il primo testimone di questa vicenda si chiama Hans Hoffmann, benzinaio che dichiara agli inquirenti di aver visto le bambine a bordo di una 500L di colore Blu. Parte la caccia all’autovettura su cui sarebbero state portare via le bambine. Vengono censite tutte le auto di quel tipo e di quel colore presenti in città, alcuni proprietari preferiscono non guidare la propria autovettura 500L color blu per paura di essere etichettati come “Mostri” o di essere linciati da una folla inferocita. Il clima è teso, l’aria è pesante e le madri cominciano a non far giocare più i bambini fuori casa perché “c’è il mostro che li rapisce”. Le ricerche proseguono intanto, in tutto il territorio ma senza risultati positivi. La speranza di trovarle ancora in vita viene spazzata via il 26 ottobre, quando il Vito Passalacqua e Gullo, dopo essersi fermati alla vecchia scuola abbandonata di contrada Rakalia per un bisogno fisiologico, trovano il corpo senza vita della piccola Antonella Valenti. La bambina era stata avvolta dal suo assassino con un nastro adesivo e poi bruciata. Chi le ha fatto quel male? Perché? L’autopsia ha riscontrato che la bambina è stata torturata ma non ha subito violenza sessuale. La perizia va in pieno contrasto con la precedente, creando per anni un rimbalzo tra le aule dei Tribunali. I riflettori vengono accesi su Michele Vinci, zio della piccola Antonella. Il nastro adesivo che legava il suo corpo proveniva dalla Cartotecnica SanGiovanni, in cui lavorava. Ma non è tutto perché il giorno in cui è avvenuta la scomparsa, dalle 12 alle 16, Vinci, che faceva il fattorino, era l’unico dipendente non presente in ditta. Michele Vinci confessa il delitto: “semplicemente le ammazzai”, indicando poi il luogo in cui ha occultato le sorelle Marchese, ovvero in un pozzo al Podere Guarrato. Nella notte tra il 9 e il 10 novembre vengono recuperati i corpi. Nessuno voleva credere a quel racconto, nessuno poteva credere che quella persona per bene potesse macchiarsi di delitti così efferati. Ma perché lo ha fatto? Perché Michele Vinci ha ucciso? A distanza di cinquant’anni da quella pagina nera che ha macchiato la città di Marsala, rimangono aperti tanti interrogativi che ancora non trovano risposta: Michele Vinci ha agito da solo? Oppure è stato aiutato da qualcuno? Dove ha tenuto Antonella nei giorni della sua prigionia? Chi lo ha potuto aiutato? Perché Vinci avrebbe bruciato il corpo della piccola Antonella? L’autopsia sul corpo di Virginia e Ninfa ha stabilito che le bambine sono sopravvissute almeno 15 giorni. Un essere umano sopravvive 6 giorni senza acqua: chi ha custodito le bambine e dove? Sono state tenute in un altro luogo prima di essere state calate nel pozzo? Dove? Ci sono stati dei complici? Chi? Una pagina nera della storia d’Italia con tante domande e ancora poche risposte…

Angelo Barraco
Angelo Barraco
Angelo Barraco, classe 89, è un giornalista siciliano, precisamente di Marsala, in provincia di Trapani. Curioso, attento ai dettagli, negli anni ha collaborato per numerose testate giornalistiche territoriali, nazionali, internazionali, sia cartacee che web. Ha scritto di politica, attualità, economia, territorio, cronaca nera, recensioni letterarie e musica. Ha intervistato molti importanti esponenti della società contemporanea che hanno tracciato un solco indelebile nella cultura e nella storia moderna.

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