
Nel pomeriggio del 7 novembre, a Roma, si sono riuniti in piazza i lavoratori e le lavoratrici del mondo dello spettacolo per protestare contro il DPCM Conte. Un muro di scatoloni in cartone, uno sopra l’altro, con scritte e frasi di protesta. Tanti giovani, con bandiere in mano, al grido di “noi la crisi non la paghiamo”. “Noi vogliamo un reddito che ci traghetti fuori dalla crisi”, hanno ripetuto i giovani fuori dal ministero dei beni culturali. La filiera dello spettacolo e non solo. “Casa, lavoro, saluto”, il motto che ha accompagnato lo striscione del corteo.

Al microfono si sono avvicendati anche musicisti precari, invisibili per lo Stato perché hanno lavorato a nero in questi anni che urlano: “cacciate i soldi”. I manifestanti hanno chiesto con forza provvedimenti utili e che non facciano ricadere sulle spalle dei soggetti più fragili le conseguenze che, invece, sarebbero di un governo che ha permesso –secondo i manifestanti- la crescita dei contagi. Nel tardo pomeriggio, un corteo capeggiato dalla scritta “no al ricatto tra salute e diritti” si è fatto avanti lungo le strade della Capitale, tra bandiere e slogan antifascisti. Non ci sono stati scontri.

Ci sono state manifestazioni in piazza anche a Torino e Genova, contro il nuovo DPCM e le restrizioni. Piazze piene, mascherine, striscioni e accuse rivolte “ai potenti” e allo Stato che -secondo quanto asserivano i manifestanti- ruberebbe ai poveri e non ai ricchi che dovrebbero invece pagare per questa crisi determinata dalla pandemia oppure ancora, da uno Stato che –sempre secondo quanto asserivano i manifestanti- dal governo che non pensa ai poveri. Studenti che hanno puntato il dito contro le multinazionali che, a loro avviso, si sono arricchite in questi mesi e che adesso dovrebbero pagare per questa crisi.

“Vale più una vetrina di Gucci che i giovani senza futuro”, recitava un cartello in riferimento alla distruzione della vetrina Gucci da parte degli estremisti di destra poche settimane fa. Perché inneggiare ad un fatto così grave, messo in atto da estremisti di destra in una manifestazione pacifica? “Non al ricatto tra salute e diritti”, recitava uno striscione. Mentre la musica risuonava in filodiffusione, un cerchio di fuoco bruciava lungo la strada con dei fumogeni abbandonati per terra che disperdevano fumo e cenere. Non ci sono stati scontri.
Nella mattinata del 6 novembre, sempre a Roma, i tassisti, con la partecipazione di diverse delegazioni provenienti da tutta Italia, hanno protestato davanti al Ministero dell’Economia e Finanza. Un corteo ricco e compatto, armato di fischietti, mascherine e con striscioni in spalla o poggiati lungo la struttura muraria del palazzo insieme alle bandiere. Il cordone della Polizia ha garantito la sicurezza. Tassisti che al microfono hanno incitato i governanti a tagliarsi lo stipendio per aiutare quelli che hanno bisogno e “dare un segnale ai cittadini”. Sono state citate anche altre categorie che in questi mesi si sono adeguate alle misure anticovid e che adesso sono costrette a chiudere.
“L’Italia sta andando a rotoli. Tutte le categorie non ce la fanno più!”. Una categoria che si lamenta per la chiusura che ha determinato un taglio nelle attività turistiche e di conseguenza nel flusso economico. “Non vogliamo la carità, vogliamo lavorare!”. Nel corso della manifestazione è stato rivolto un pensiero a Gigi Proietti, abituate utilizzatore di taxi, “maestro romano” e artista unico. Il corteo poi si è spostato nel piazzale di Porta Pia, intonando la canzone dei 99 Posse “non ci avrete mai come volete voi” e rivolgendo insulti al servizio Uber. I tassisti d’Italia si sono fermati e posizionati con gli striscioni e le bandiere, schierati da un lato dietro una scritta che racchiude la voce di una categorie che pretende risposte dal governo.



























