Giornata Mondiale del Rifugiato: “il primo pensiero va certamente alla situazione in cui si vive in molti paesi africani “

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“Sono un cittadino, non di Atene o della Grecia, ma del mondo” asseriva Socrate. Un concetto tanto semplice da applicare quanto apparentemente complesso da capire in una società che preferisce alzare muri anziché tendere una mano verso il prossimo. Il 20 giugno si celebra la Giornata mondiale del Rifugiato e quest’anno non sarà possibile scendere in piazza e svolgere manifestazioni di alcun tipo a causa dell’emergenza Coronavirus. La pandemia ha interrotto un percorso di integrazione sociale nel territorio che oggi si rivela essere ancor più lento ma certamente non meno importante. Si riparte dalla rete, quindi, dalla sensibilizzazione e da quegli sguardi che riescono a comunicare emozioni anche attraverso una mascherina e nel rispetto del distanziamento sociale, al grido di “Our lives Matter”, in riferimento ai movimenti antirazzisti che si stanno mobilitando in tutto il globo.

Noi abbiamo parlato della Giornata Mondiale del Rifugiato con il Dott. C.Alessandro Mauceri, il Chairman del Kiwanis del Distretto Italia-San Marino

 Oggi si celebra la Giornata Mondiale del Rifugiato. Chi sono i rifugiati?

La Giornata internazionale del rifugiato è stata indetta dalle Nazioni Unite nel 2001 per commemorare l’approvazione, nel 1951, della Convention Relating to the Status of Refugees (comunemente detta Convenzione di Ginevra) da parte dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. In base all’art. 1A della Convenzione di Ginevra, “rifugiato” è chi “temendo a ragione di essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza ad un determinato gruppo sociale o per le sue opinioni politiche, si trova fuori del Paese di cui è cittadino e non può o non vuole, a causa di questo timore, avvalersi della protezione di questo Paese; oppure che, non avendo cittadinanza e trovandosi fuori del Paese in cui aveva residenza abituale a seguito di tali avvenimenti, non può o non vuole tornarvi per il timore di cui sopra”. Come ogni anno, l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, UNHCR, ha selezionato un tema comune che quest’anno non poteva non essere legato alla pandemia di corona virus.

Molti confondono i “rifugiati” con i “migranti”. Qual è la differenza?

Non tutti quelli che lasciano il proprio paese o la propria regione per trasferirsi altrove sono “rifugiati”. Per capirlo basta guardare i numeri: secondo i dati più aggiornati dell’IOM, a fronte di  oltre 271 milioni di persone che hanno deciso di cercare una nuova casa, un altro posto dove vivere, i rifugiati sarebbero solo un quarto, circa 70 milioni. Gli altri sono profughi, “sfollati”, naufraghi, MSNA oppure, “semplici” migranti. Il problema è che molte volte gli accordi presi tra i paesi per l’accoglienza (o il respingimento alla frontiera) di queste persone non tengono conto di queste differenze creando grande confusione nella gente e generando problemi sociali e geopolitici enormi. Ad esempio,  la gran parte delle persone che cercano di entrare in Europa attraversando il Mediterraneo e poi Spagna, Grecia e Italia solo in minima parte sono rifugiati. Gli altri sarebbero “sfollati”: è la direttiva 2001/55/CE del Consiglio dell’Unione Europea, pensata proprio per far fronte ad un problema analogo (il massiccio afflusso in Europa di persone ai tempi degli scontri nell’ex Jugoslavia, negli anni Novanta), a indicare le “norme minime per la concessione della protezione temporanea in caso di afflusso massiccio di sfollati e sulla promozione dell’equilibrio degli sforzi tra gli Stati membri che ricevono gli sfollati e subiscono le conseguenze dell’accoglienza degli stessi”. Gli “sfollati” sono “cittadini di paesi terzi o apolidi che hanno dovuto abbandonare il loro paese o regione d’origine o che sono stati evacuati, in particolare in risposta all’appello di organizzazioni internazionali, ed il cui rimpatrio in condizioni sicure e stabili risulta impossibile a causa della situazione nel paese stesso, anche rientranti nell’ambito d’applicazione dell’articolo 1A della Convenzione di Ginevra o di altre normative nazionali o internazionali che conferiscono una protezione internazionale”), e di “afflusso massiccio” di persone. Questa norma, recepita da tutti i paesi dell’Unione, prevede che agli “sfollati” gli stati membri rilascino un permesso temporaneo (della durata massima di sei mesi rinnovabili a un anno) con il quale “consentono alle persone che godono della protezione temporanea, per un periodo non superiore alla durata di quest’ultima, di esercitare qualsiasi attività di lavoro subordinato o autonomo, nel rispetto della normativa applicabile alla professione, nonché di partecipare ad attività nell’ambito dell’istruzione per adulti, della formazione professionale e delle esperienze pratiche sul posto di lavoro”. Un mondo a parte è quello rappresentato dai MSNA ovvero dai Minori Stranieri non Accompagnati: per i loro le norme internazionali prevedono l’accoglienza almeno fino al raggiungimento della maggiore età (in Italia, grazie alla legge 47/17, c’è anche la possibilità di prolungare questa permanenza fino ai 21 anni, ma anche in questo caso non mancano le polemiche e le difficoltà). Nel caso, poi, di salvataggio in mare, non si tratterebbe né di rifugiati né di “sfollati” ma di naufraghi: per loro valgono le norme del Diritto Marittimo Internazionale che sono abbastanza precise, ma spesso disattese o legate a dispute decennali (mai risolte) sulle acque di competenza dei vari paesi.

Qual è la percezione nazionale e internazionale del fenomeno?

Spesso è proprio questo il punto: spesso le persone (e, a volte, anche i media) fanno una gran confusione. Anche i governi (inclusa l’Unione Europea) molte volte interpretano e definiscono i flussi migratori di queste persone – non dimentichiamo che si parla sempre di uomini, donne e bambini, non di “cose” o di “numeri” – come meglio preferiscono. Alcune norme, ad esempio, parlano solo di “rifugiati” (limitando così la ridistribuzione territoriale ad un numero limitato di migranti). Altre fanno riferimento ad accordi bilaterali. In alcuni paesi poi, dopo aver accolto i migranti, i governi si nascondono dietro accordi comunitari poco chiari e mai definiti e li rispediscono nei paesi di prima accoglienza. Qui finiscono per rimanere come in una sorta di limbo del diritto internazionale dato che per rimpatriarli è necessario accertare l’identità  del migrante (cosa questa tutt’altro che facile per chi arriva sui barconi) e, una volta trasmessi i dati al consolato del paese d’origine, attendere il “nulla osta” del paese di provenienza. A questo si aggiunge che molte volte tra i due paesi, quello di destinazione e quello d’origine, non esistono accordi in tal senso. Dei tredici stati che il ministro degli Esteri Luigi Di Maio ha recentemente inserito nel decreto per il rimpatrio “sicuro” dei migranti, soltanto con due, Tunisia e Algeria, hanno sottoscritto accordi con l’Italia: ciò fa sì che i migranti provenienti dagli altri paesi  non possono essere rimandati a casa (se non con procedure lunghe e quasi sempre fallimentari).

Quali sono i numeri?

Secondo l’IOM, l’Organizzazione Mondiale delle Migrazioni, sono 6.3 milioni i migranti presenti in Italia, ovvero una percentuale della popolazione totale intorno al 10.4 %. Ma se si parla di rifugiati, i dati forniti dall’UNHCR Italia, sono ben diversi: i rifugiati presenti nel nostro paese sono “solo” 131mila, circa il 2 per mille della popolazione. Un numero assolutamente inferiore a quello di molti altri paesi europei (in Svezia o in Germania, ad esempio, sono molti di più). É proprio la differenza tra il numero dei rifugiati e quello dei migranti a generare confusione e problemi nella gestione del fenomeno. A livello nazionale ma anche comunitario ed internazionale.


La percezione del fenomeno, in un paese che si volta dall’altra parte di fronte alla morte in mare, come la possiamo ritenere?

Secondo l’IOM, nel 2020 (fino al 18 Giugno), le persone che hanno perso la vita nel tentativo di attraversare il Mediterraneo per raggiungere l’Europa sono state 339 (ovviamente, il numero si riferisce ai casi accertati). Di questi oltre la metà sono morti cercando di raggiungere l’Italia dalla Libia (gli altri cercando di arrivare in Spagna o in Grecia). Nel 2019 sono stati 592 i morti.  Numeri impressionanti ma molto inferiori a quelli di qualche anno fa: il picco si è raggiunto nel 2016, quando a perdere a vita cercando di entrare in Europa via mare furono poco meno di tremila persone! Ma anche qui esistono fonti che riportano dati molto diversi: secondo Statista.com, ad esempio, nel 2016, i morti nel Mar Mediterraneo, sarebbero stati oltre 5mila. Quasi 2mila solo lo scorso anno, più del triplo di quelli riconosciuti dall’ILO!

Qual è la riflessione che si sente di fare alla luce di questa giornata?

Il primo pensiero va certamente alla situazione in cui si vive in molti paesi africani (che è poi la vera causa di queste migrazioni). Sfruttamento delle risorse naturali da parte di multinazionali straniere, povertà, landgrabbing e watergrabbing, difficoltà di accesso ai servizi di base (dalla sanità all’educazione) e false democrazie: sono queste le motivazioni alla base dei flussi migratori così elevati da questi paesi, ricchissimi di materi prime e di risorse naturali, ma nei quali si rilevano livelli di povertà tra i più alti al mondo (come nel caso del Congo).  E poi l’incapacità delle autorità nazionali e comunitarie a trovare un accordo per gestire quello che ormai non è più solo un problema geopolitico: è prima di tutto un problema umano che ha raggiunto numeri impressionanti (e secondo le previsioni, è destinato a crescere). Da ultimo, visto che oggi si celebra la Giornata Mondiale dei Rifugiati, il nostro pensiero va a loro, ai veri “rifugiati”: decine e decine di milioni di persone che scappano da guerre che non hanno voluto, che a volte non sanno nemmeno perché sono iniziate; conflitti a volte tribali, ma molto più spesso dovuti alla brama di assumere il controllo delle risorse di un territorio (si pensi alla Libia e al suo petrolio). Guerre che costringono uomini, donne e bambini a lasciare la propria casa, la terra dove sono nati per cercare un futuro altrove. Un futuro che, spesso, anche come “rifugiati” viene loro negato. E tutto questo nonostante da oltre mezzo secolo esistano, regolamenti, accordi e norme (come la Convenzione per i diritti dei Rifugiati) firmati e ratificati da quasi tutti i governi del pianeta. Leggi che dovrebbero salvare la vita di queste persone. Ma che troppo spesso finiscono per essere semplici momenti di spettacolo…come molti di quelli pensati per celebrare la Giornata Mondiale dei Rifugiati…

Angelo Barraco
Angelo Barraco
Angelo Barraco, classe 89, è un giornalista siciliano, precisamente di Marsala, in provincia di Trapani. Curioso, attento ai dettagli, negli anni ha collaborato per numerose testate giornalistiche territoriali, nazionali, internazionali, sia cartacee che web. Ha scritto di politica, attualità, economia, territorio, cronaca nera, recensioni letterarie e musica. Ha intervistato molti importanti esponenti della società contemporanea che hanno tracciato un solco indelebile nella cultura e nella storia moderna.

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