domenica , 21 Luglio 2024

Silvia Romano: il sonno della ragione genera mostri

Le polemiche incentrate sulla figura della cooperante italiana Silvia Romano non accennano a diminuire, e la vicenda della sua conversione all’Islam aggiunge pepe al dibattito mettendo in ombra la straordinarietà della sua sopravvivenza in un contesto inimmaginabile. Il circo mediatico non ha perso tempo e ha provveduto a consumare la gustosa preda, i giornali lanciano titoli scandalistici, alcuni opinionisti dagli schermi televisivi rimproverano la ragazza di avere indossato dinnanzi alle cariche dello stato gli abiti dei carcerieri. La similitudine più ridondante riferisce che mai un ebreo è tornato dalla guerra con indosso gli abiti delle S.S. – suggerisco al riguardo la visione del film “Il pianista” di Roman Polanski -. A tutto ciò sfugge però un piccolo dettaglio, ovvero che Silvia, o Aisha, è da poco tornata in libertà, sopravvissuta ad una condizione di prigionia e di costrizione. Avrà modo di riallacciare i fili della propria vita liberamente, e a chi si ostina con le facili critiche da rotocalco settimanale ricordo che “tutti i cittadini hanno pari dignità e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

L’articolo 3 della Costituzione italiana nata dalla Resistenza legittima il principio di uguaglianza tra tutti i cittadini elevandolo a diritto fondamentale e innegabile. L’uguaglianza è innanzitutto uguaglianza dinnanzi alla legge, e le condizioni giuridiche non mutano in base alla fede religiosa, che sia cattolica, ebrea, musulmana o ateismo. I diritti dei cittadini italiani restano i medesimi. Il testo indica chiaramente le differenze che non incidono sull’uguaglianza, perché ciascuna di queste differenze in passato è stata una ragione di discriminazione. Il principio di uguaglianza, che è radicato a fondo nella nostra società, è uno dei risultati più preziosi della lotta contro la dittatura, anche se periodicamente alcuni episodi di razzismo e di intolleranza sembrano metterlo in discussione. Gli uomini sono uguali per natura e hanno gli stessi diritti; la razza, il sesso, le opinioni politiche determinano importanti differenze tra i cittadini, ma simili differenze non sono tali da rendere alcuni cittadini superiori e altri inferiori sul piano dei diritti. Alcune differenze sono parte delle caratteristiche naturali degli uomini, come il sesso, parte delle caratteristiche culturali, come la lingua, o personali, come le opinioni politiche. In una società democratica come quella italiana la diversità non è solo un dato di fatto, ma una caratteristica essenziale senza la quale la democrazia stessa si trasformerebbe come è avvenuto in passato in un regime reazionario e oscurantista. In questo marasma di opinioni, libere e legittime, preferisco rifarmi alla massima di Liliana Segre: “In un Paese libero non mi importa se credi e qual è il tuo Dio, mi sei comunque fratello”.

A proposito di Davide Licari

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