La notte tra l’8 e il 9 maggio del ‘78, a Cinisi, piccolo Comune in Provincia di Palermo, viene ucciso Peppino Impastato, giornalista e poeta siciliano. Il suo corpo è stato poggiato sopra alcune cariche di tritolo e posizionato sulla linea ferroviaria. Le pietre macchiate di sangue, la corda e quel suicidio a cui non crede proprio nessuno. Peppino quella notte non si è tolto la vita ma è stato ammazzato, perché credeva fermamente che qualcosa potesse cambiare nella terra in cui viveva. Tutti sapevano il nome e il volto del suo assassino, tutti lo conoscevano pure suo numero civico ma faceva comodo a tutti credere al suicidio. Le pietre sporche di sangue del giovane Impastato raccontavano il volto di una Sicilia cruda e amara che non era assolutamente disposta ad ascoltare le parole di un giovane e brillante giornalista che attraverso Radio Aut le ingiustizie dei “padroni” e di quella mafia che lentamente stava inghiottendo quella fantastica terra. Giuseppe Tomasi di Lampedusa diceva che“I siciliani non vorranno mai migliorare per la semplice ragione che credono di essereperfetti; la loro vanità è più forte della loro miseria”.
Un sistema criminale-mafioso che non avrebbe voluto veder germogliare i propri figli su terre incontaminate e ricche di cultura ma preferiva imporre l’omertà e il silenzio, proprio come in quella linea ferroviaria di Cinisi, interrotto poi improvvisamente dal fragore di una bomba posizionata da sotto al suo corpo martoriato. Mentre a Roma, in Via Caetani, veniva rinvenuto il corpo senza vita del Presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro all’interno di una Renault 4, vicino alla sede del Partito Comunista Italiano, i microfoni di Radio Aut si spengono e la polvere lascia spazio alla memoria cristallizzata nel tempo, lungo quelle strade apparentemente immutate, con le serrande in legno e il silenzio irreale che continua a regalare un volto nuovo alle cose. “Se si insegnasse la bellezza alla gente, la si fornirebbe di un’arma contro la rassegnazione, la paura e l’omertà. All’esistenza di orrendi palazzi sorti all’improvviso, con tutto il loro squallore, da operazioni speculative, ci si abitua con pronta facilità, si mettono le tendine alle finestre, le piante nel davanzale, e presto ci si dimentica di come erano quei luoghi prima, ed ogni cosa, per il solo fatto che è così, pare dover essere così da sempre e per sempre. È per questo che bisognerebbe educare la gente alla bellezza: perché in uomini e donne non si insinui più l’abitudine e la rassegnazione a rimangano sempre vivi la curiosità e lo stupore” (Peppino Impastato a Radio Aut)
Ne abbiamo parlato con il Professor Francesco Pira, sociologo e docente di comunicazione all’Università di Messina.



























