lunedì , 27 Giugno 2022

LA PESTE: STORIA DI UN ANTICO FLAGELLO

Uno dei flagelli più catastrofici dell’umanità da cambiare il destino della società e dell’economia di intere nazioni: stiamo parlando della peste, dal latino “pestis”, distruzione, rovina, pandemia. In passato con questo termine si indicavano una serie di malattie caratterizzate da rapida diffusione ed elevata mortalità.

Le grandi pestilenze erano note sin dall’antichità, anche se allora non si possedevano certo le conoscenze scientifiche che si hanno oggi.

Grandi personalità come Tucidide, Galeno, Ippocrate, Platone e Aristotele erano concordi nell’asserire che la causa della peste fosse da ricercarsi nei “miasmi” dell’aria, tuttavia ignoravano ancora il concetto di contagio e di trasmissibilità del morbo.

Allorchè molti uomini sono colti da una sola malattia nello stesso tempo, occorre imputarne la causa a ciò che vi è di più comune: ciò che respiriamo”, scriveva Ippocrate con grande lungimiranza.

La prima epidemia di peste di cui abbiamo notizia dalla storia grazie a Tucidide fu quella di Atene nel 430 a.C.; poi si ripresentò nel 166 e tra il 260 e 270 a.C. a Roma, e diversi cicli si verificarono tra il 1340 e il 1630 (celebre fu quella raccontata dal Manzoni nei “Promessi Sposi”). L’ultima pandemia di peste partì dalla Cina nel 1855. Nel tempo colpì vari paesi in tutto il mondo: dall’Europa all’America latina, dall’Asia all’Africa, sebbene non sempre con la stessa frequenza e intensità. Nel XVIII secolo venne quasi completamente debellata fino a scomparire del tutto nel XIX secolo, almeno in Europa.

Certamente di tutte queste ondate, la più tristemente famosa fu la peste nera che si diffuse dall’Asia in Europa a partire dal 1346, uccidendo circa un terzo della popolazione mondiale e mietendo quasi venti milioni di vittime.

Situazioni igieniche precarie, come l’assenza di fognature e l’accumulo di rifiuti organici che marcivano per mesi sulle strade direttamente riversati da finestre e balconi, città sovrappopolate, malnutrizione, carestie, alluvioni, guerre, erano le condizioni ideali per lo scatenarsi di una pandemia.

Varie furono le ipotesi sull’eziologia di questa malattia: dal castigo divino alle più fantasiose, come una particolare congiunzione dei corpi celesti o il fuoco caduto dal cielo o proveniente dal centro della terra o ancora l’aria umida che, alterando i fluidi corporei, avrebbe scatenato la malattia.

Oggi la comunità scientifica è concorde nel ritenere che, come la maggior parte delle malattie infettive, fu il risultato di “spillover zoonostici”, salto di specie animali: sembrerebbe infatti che la causa sia una infezione da “yersinia pestis”, batterio isolato nel XIX secolo e che si trasmette generalmente dai ratti neri agli uomini per mezzo di una specie particolare di pulci parassitarie. Il microrganismo, una volta penetrato nella cute, raggiunge i linfonodi, causando i caratteristici “bubboni”.

“...nascevano nell’anguinaia (inguine) o sotto le ditelle (ascelle) certe enfiature… che erano sicuro indizio di futura morte”,scriveva Boccaccio.

Talvolta prendeva i polmoni o riusciva a raggiungere il sangue dando origine a tipologie ancora più letali; infatti si può manifestare in tre varianti: bubbonica, setticemica o polmonare, a seconda del distretto corporeo maggiormente coinvolto. I sintomi più comuni sono: febbre alta, mal di testa, dolori articolari, nausea, vomito, letargia, ipotensione e dispnea che conferiscono al malato il caratteristico colorito scuro da cui, appunto, il nome “peste nera”. Se non adeguatamente trattata, oggi con antibiotici, la morte sopraggiunge nel giro di pochi giorni.

Trionfo e danza della morte (Giacomo Borlone de Buschis) 1484

Le campane non suonano più, nessuno piangeva, l’unica cosa che si aspettava era la morte” (1340), scriveva un cronista dell’epoca.

Secondo alcuni storici la peste fu la conseguenza di un deliberato atto di bioterrorismo: nel 1347, infatti, l’esercito dei Tartari, stava assediando Caffa, scalo commerciale genovese, in Crimea. Il Khan Ganibek decise di utilizzare i corpi dei soldati morti infettati di peste, che già era da qualche anno diffusa in Asia, per espugnare la città, catapultandoli oltre le mura. I marinai genovesi, con le loro stive contaminate, scappando da Caffa, attraverso le loro rotte commerciali, portarono la peste nei porti del Mediterraneo e da lì in tutta Europa, divenendo così veicolo di propagazione endemica.

Nel 1630, invece, sembra che la miccia scatenante fu l’esercito dei Lanzichenecchi che prese il batterio, diffondendolo, perchè i soldati solevano dormire nei fienili pieni zeppi di pulci.

Dal 1353 le autorità cominciarono ad emanare ordinanze e regolamenti per tentare di prevenirla ogni qualvolta vi era qualche avvisaglia: interventi per migliorare le condizioni igienico-sanitarie, divieto di viaggi e feste, persino i funerali, suggerimenti su cosa mangiare e come vivere… (es. arieggiare le stanze, lavarsi con aceto e acqua di rose, mangiare bene…), isolamento dei focolai, istituzione di quarantene e segregazioni domiciliari, allontanamento di presunti untori come prostitute e vagabondi, istituzione dei lazzaretti, una sorta di rudimentali ospedali da campo dove venivano isolati gli ammalati, lontani dalla città.

Medici non se ne trovavano, morivano prima degli altri, e quelli che c’erano chiedevano prezzi smisurati per le loro prestazioni di cura.

Anche le terapie dell’epoca erano assai rudimentali: a base di erbe aromatiche, salassi, purghe, cauterie (bruciature col ferro bollente), massaggi con pietre “raffreddanti” come zaffiri e smeraldi.

Quel che è certo è che provocò profondi mutamenti: le morti e lo spopolamento di interi villaggi causarono un forte crollo demografico, destabilizzazione sociale e crisi.

La peste aveva ricoperto ogni cosa. Non vi erano più destini individuali ma una storia collettiva… anche quelli che non l’hanno, la portano nel cuore”, A. Camus, La Peste, 1947.

Conosciuta come la “morte nera” per la sua forza distruttrice, divenne la protagonista di molte opere artistiche: la danza macabra fu un tema ricorrente delle rappresentazioni pittoriche dei secoli successivi, con immagini di orrore e devastazione. E così che è rimasta nel nostro immaginario collettivo e con la paura che qualcosa di simile possa succedere di nuovo… Eh, sì, i flagelli accadono, e gli uomini vengono colti sempre impreparati al loro sopraggiungere, ma è anche vero che ad oggi nessuna pandemia, per quanto funesta, è stata più forte dell’uomo.

A proposito di Leda Rizzo

Mi sono laureata in Scienze e Tecniche psicologiche nel 2010, a Palermo. Ho lavorato nelle scuole e nelle comunità per minori. Attività che ho svolto con passione per diversi anni. Anche oggi sono impegnata nel sociale e saltuariamente collaboro con alcune associazioni onlus. Da sempre appassionata di arte e musica, amo viaggiare e conoscere “nuovi mondi”. Scrivo per diletto, mi piace raccontare le bellezze della nostra terra.

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