Unorthodox, la miniserie di Netflix è una ode alla libertà

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Il tema della fuga rappresenta uno dei soggetti più romantici trattati dal cinema e nel corso della storia numerosi sono stati i casi cinematografici che hanno ripreso questo argomento associandolo ad un volto rimasto scolpito nel tempo: il divo Steve McQueen de “La grande fuga”, il duro Clint Eastwood di “Fuga da Alcatraz”, ed Edson Arantes do Nascimento, detto Pelé, autore dell’emblematico gesto acrobatico immortalato in “Fuga per la vittoria”. Eppure la fuga può essere associata anche ad aspetti drammatici della realtà, sia storica che attuale, si pensi alla corsa nel deserto di Tahar Rahim ne “Il padre” di Fatih Akin, oppure alla fuga disperata dall’oppressione causata dall’ortodossia religiosa, è il caso del controverso “Not Without My Daughter” del 1991.

E a quest’ultimo caso idealmente si ricollega Unorthodox, la miniserie tedesca uscita recentemente su Netflix che immediatamente ha fatto scalpore. Basata sulle vicende reali narrate nel libro del 2012 di Deborah Feldman “Ex ortodossa. Il rifiuto scandaloso delle mie radici chassidiche” la miniserie racconta la storia della fuga della giovanissima Esty, una diciannovenne americana fuggita da un matrimonio imposto dalla comunità ultraortodossa di Williamsburg, Brooklyn. Nel corso degli episodi scopriremo il passato di Esty, interpretata dalla sorprendente attrice israeliana Shira Haas, insofferente alle imposizioni causate dai precetti religiosi della sua comunità che impongono una ritualizzazione pressoché totale della propria vita orientata all’osservanza delle regole, basata sul rispetto per la figura maschile e del patriarcato.

Il racconto – in lingua yiddish, tedesco e inglese -, evidenzia con forza il ruolo marginale e subalterno della donna, dissezionata e ricostruita come generatrice di figli grazie anche ad anni di manipolazione psicologica e di imposizioni incontrastate all’interno dei nuclei familiari. Ed è dura pensare che proprio nel cuore dell’Occidente “tollerante”, costituitosi sulla base culturale di matrice greca, sull’Illuminismo di Voltaire e Rousseau, e sui principi della Rivoluzione francese, operino tutt’ora delle “sacche” di intolleranza religiosa e di settarismo che non avrebbero nulla da invidiare agli esempi più eclatanti di provenienza mediorientale.

Assistiamo atterriti alla rasatura dei capelli delle spose che sorridendo con sofferenza si concedono a stento il diritto al pianto, e scopriamo gli anacronistici divieti di cantare e ballare, attività ritenute dalla comunità disdicevoli e poco appropriate, un clima che evoca vagamente il contesto sociale della Ginevra calvinista del tardo Cinquecento piuttosto che la New York del ventunesimo secolo. L’asfissia indotta dalle ingerenze della comunità, onnipresente e onnisciente, e le continue intromissioni nella vita privata da parte delle donne più anziane, innescano nella giovane protagonista un processo inverso di rigetto di quelle regole che non sopporta più.

Lentamente Esty matura la decisione di sfuggire a quella realtà che la priva della propria libertà individuale, che la costringe ad indossare una parrucca per nascondere i capelli rasati a zero, che le impone di sottoporsi a torture di ogni genere con il solo scopo di favorire la consumazione del matrimonio e la nascita di una progenie di ebrei che possa compensare la perdita di sei milioni di vite stroncate nei campi di concentramento nazisti. Non vi è amore, non vi sono sentimenti, pertanto non vi è gioia, piuttosto una violenza continuata, non esplicita ma insidiosa perché alimentata da quella continua pressione psicologica che i settarismi riescono ad infondere sui membri delle comunità che controllano.

Esty fuggirà dalla gabbia nella quale era cresciuta e si dirigerà nella odiata Germania, quella che per la sua comunità era la terra del grande male, dove le vite degli ultraortodossi si erano interrotte, e dove cercherà un futuro diverso da quello che avrebbe ricevuto in dote a Williamsburg. Senza una istruzione, senza denaro e un posto dove dormire Esty cercherà il modo di cavarsela con caparbietà e ostinazione nella moderna Berlino illuminata dai neon delle insegne e dai moderni palazzi vetrati. Nonostante le difficoltà Esty scoprirà il dolce sapore della libertà, abbandonerà le privazioni derivate dalla religiosità estenuante e metterà in discussione i principi scolpiti a fuoco sulla propria mente e sulla propria carne.

Lo scontro con una realtà totalmente diversa da quella alla quale era abituata è duro, ma le regalerà quell’ossigeno di cui necessitava per sopravvivere. Grazie anche all’incontro con alcuni studenti di un conservatorio, ragazzi e ragazze di diverse origini, provenienti da ogni luogo del mondo, capaci di comprenderla e di aiutarla disinteressatamente, Esty libererà se stessa dai fardelli che in soli diciannove anni di vita l’avevano condizionata a tal punto da renderla un piccolo ed esile manichino scheletrico manovrato dalle mani avide dei patriarchi. Esty balla indossando jeans attillati, Esty festeggia durante una cena la propria indipendenza, Esty canta, concentrando le paure e le sofferenze che nella vita era stata obbligata a subire, e libera se stessa con un vibrante canto in lingua yiddish capace di muovere i cuori degli uditori come la cetra di Orfeo era capace di rendere mansuete le belve più feroci.

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