Hanno fatto molto scalpore, in questi giorni, le dichiarazioni del Ministro della Giustizia Alfonso Bonafede “quando per il reato non si riesce a dimostrare il dolo, diventa un reato colposo”, sono queste le parole pronunciate dal ministro, ospite a Porta a Porta di Bruno Vespa e recentemente “attapirato” nel famoso programma Striscia la Notizia, che avrebbero indignato numerosi Avvocati italiani.

Prima l’ordine degli avvocati di Palermo, infatti, e poi anche l’ordine di Cagliari e la Camera penale di Agrigento, hanno chiesto le immediate dimissioni del ministro Bonafede, poiché ritenuto inadeguato alla carica che riveste, in quanto le sue dichiarazioni evidenzierebbero una grave ignoranza della materia giuridica.
La richiesta, inoltre, degli ordini di Palermo e Cagliari sarebbe giustificata, a detta di Aldo Luchi, presidente dell’ordine degli avvocati di Cagliari, anche dal fatto che Bonafede continui ad ostentare il progetto di ridurre a quattro anni la durata complessiva massima dei processi penali, nonostante sia ovvio che la soppressione della prescrizione, di cui lo stesso Bonafede si è autoproclamato fautore, produrrà l’effetto contrario, determinando il venir meno di qualsivoglia stimolo alla celere celebrazione dei processi.

Da una parte, quindi, il Ministro vorrebbe eliminare l’istituto della prescrizione, dall’altro, vorrebbe ridurre a quattro anni la durata massima dei processi penali, che senza più la possibilità che un reato si prescriva, potranno durare fino alla morte del reo. In particolare l’istituto della Prescrizione ha sempre rappresentato una tutela, per il cittadino, che i processi si chiudano in tempo celere. Sperare di ridurre la durata massima dei processi penali a quattro anni ed eliminare, al tempo stesso, la prescrizione appare decisamente illogico, come evidenziato dal Presidente della Camera Penale Aldo Luchi.

Ma tornando alle dichiarazioni in diretta del Ministro, come mai hanno fatto tanto scalpore? In verità nello studio di Porta a Porta nessuno ha sembrato far caso alla contestabilità di siffatte affermazioni, ma il mondo del web, a disposizione anche di Avvocati, Giudici e studiosi del diritto, non si è fatto sfuggire la possibilità di evidenziare l’inattendibilità delle stesse.
“Quando per il reato non si riesce a dimostrare il dolo, diventa un reato colposo”, cosa rende così scabrosa questa affermazione? Ovviamente per coloro che non operano in ambito legale questa asserzione potrebbe sembrare veritiera e molti l’avranno data per assodata ed occorre, al fine di evidenziarne l’erroneità, capire qual è, anzitutto, la principale differenza tra reato doloso e reato colposo.
Cosa sono, dunque, il dolo e la colpa? Sono l’elemento soggettivo o, meglio, la componente psicologica – quindi da rinvenire in capo al reo – di un reato (per alcuna parte della dottrina anche la preterintenzione è una componente psicologica del reato, altra parte della dottrina la esclude, ma di questo ce ne occuperemo in un’altra occasione).
Per dirla semplicemente, la differenza tra dolo e colpa sta tutta nella volontà di delinquere: il dolo rappresenta la volontà nella commissione di uno specifico reato – “volontà” che, per essere perseguibile, deve necessariamente esteriorizzarsi, nessuno, infatti, può essere giudicato per la sola volontà di commettere un reato se non compie almeno un atto idoneo al compimento dello stesso reato -, la colpa rappresenta, invece, l’elemento psicologico che caratterizza un reato causato da negligenza, imprudenza o imperizia ma senza volontà di chi lo commette. Un reato commesso volontariamente è, quindi, un reato doloso, un reato commesso senza volontà, ma a causa di un comportamento imprudente, incompetente o negligente di chi lo commette, è un reato colposo. Il dolo è, ovviamente, più grave della colpa ai fini della quantificazione della pena.
Come ha affermato il ministro Bonafede, qualora non si riesca a dimostrare il dolo il reato diviene, dunque, colposo? Non è così. Indubbiamente in alcuni casi, non ravvisandosi alcuna volontà criminale nell’imputato, si può, comunque, ravvisare la sussistenza della colpa per lo stesso reato ed invero non sono rari i casi in cui un imputato, inizialmente accusato di un reato doloso venga poi condannato, per lo stesso reato, nella misura della colpa. Ma questa non è una regola generale ma una circostanza da valutare caso per caso.
Il ministro Bonafede, invece, ha lasciato intendere con la propria affermazione che la perseguibilità nella misura della colpa, quando non si dimostri il dolo, sia una regola generale. Tale asserzione può trarre in inganno gli inesperti o i neofiti del diritto perché, in verità, se non si dimostra il dolo l’imputato, potrebbe semplicemente essere assolto – come spesso, logicamente, accade – , piuttosto che essere condannato per lo stesso reato, però colposo.
Occorre tenere a mente che il dolo rappresenta il criterio tipico di imputazione della pena, con la conseguenza che, al fine di dimostrare la colpevolezza dell’imputato, occorre dimostrare proprio la sussistenza del dolo, ossia la volontà di commettere quel reato. Si può venire giudicati per un reato colposo solo nei casi in cui la legge preveda espressamente la perseguibilità per quel reato in misura colposa e non, dunque, ogni qualvolta non si dimostri il dolo.
Vi sono, infatti, molti reati (quali ad esempio la rapina) che sono necessariamente dolosi, una volta, quindi, che non si riesca a dimostrare il dolo, semplicemente l’imputato verrebbe assolto, data l’impossibilità per lo stesso reato di essere perseguibile anche in misura colposa.
In conclusione l’affermazione di Bonafede è, indubbiamente, un errore grossolano che non dovrebbe commettere chi rappresenta la Giustizia a livello ministeriale, ma magari è scaturito dall’emozione della diretta televisiva o da un momento di confusione e non necessariamente da ignoranza della materia legale. Qualunque sia stata la causa di tali asserzioni, però, il ministro Bonafede dovrebbe stare più attento, in futuro, a ciò che afferma pubblicamente.



























