Viaggio tra i ruderi del Belìce – quarta puntata

Il paese di Montevago fu tra quelli che patirono i danni peggiori durante la catastrofe del 1968. Praticamente raso al suolo, come Gibellina e Salaparuta. Entriamo in provincia di Agrigento, un terremoto non conosce confini. Il modo più semplice per raggiungere Montevago è quello di percorrere lo scorrimento veloce per Sciacca e risalire verso nord, girando a sinistra pochi chilometri prima dello svincolo per Menfi, imboccando la Strada Provinciale 43. Superato quindi il vasto bosco del Magaggiaro, esteso per quasi mille metri quadrati, si arriva in pochi minuti. Il nuovo centro abitato è stato ricostruito adiacente al vecchio. E ciò permette di vivere la “realtà del passato” come fosse di casa. Il salto nel tempo è immediato. Un balzo all’indietro, attraverso la S.S. 188, lascia pochi margini all’imaginazione, visto che ci ritroviamo, in un attimo, tra i ruderi di quella che era la cittadina prima del sisma. Alcuni anni addietro, ancora grazie all’iniziativa di un’associazione di volontari, “La smania addosso”, con il patrocinio del Comune di Montevago, l’antico e diroccato centro storico venne ripulito e reso visitabile. La genialità dell’idea fu comunque quella di creare i cosiddetti “percorsi visivi”, tutta una serie di murales che hanno trasformato i muri cadenti delle case, ma anche i piccoli ambienti di alcune di esse, in testimonianze di vita passata. Abbracciando il dolore e la memoria. Camminiamo a piccoli passi, con un pizzico di nostalgia, percorrendo le strade sterrate lontane dall’asfalto. Prima di puntare al cuore del paese, concentriamoci sui resti delle abitazioni. Alle nostre spalle una lunga schiera di case, da una parte e dall’altra di un sentiero infestato dall’erba, rende l’idea immediata di come si vivesse da queste parti prima dell’apocalisse. Questo tratto, all’apparenza emarginato, è, allo stesso tempo, è il meno interessante, ma anche il più realistico. Grigio come il cielo che ci sovrasta, semplice come la Montevago che fu. Porte e finestre ridotte a ciechi occhi senza pupille. Dentro solo il vuoto. Una realtà che non esiste più. Poi si torna indietro, verso l’asfalto che, con il suo truce impatto, geometrizza i vecchi quartieri. Si ammirano così i murales dipinti sui muri di altre case, al cui interno sono stati ricostruiti gli ambienti, come si fa nelle grotte dei presepi. Tutto è a grandezza naturale. Disegni di bambini che giocano, di giovani donne in costumi tradizionali. Tutto elabora l’idea di una gioventù mai interrotta, nonostante i fatti. Con tinte pastello che non disturbano, ma acquietano. Per ridar vita all’abbandono vennero chiamati a raccolta artisti che avevano lavorato su altri ruderi: Ligama, D’Arcevia, Pugliese, e i “Percorsi visivi” di Montevago alcuni anni fa sono diventati certezza, la certezza del ricordo. I giochi di luce sul far della sera completano poi l’opera e rendono magico il cammino. Al tramonto tutto diventa incantesimo. Se ci si sporge alle finestre per sbirciare quella che fu l’intimità delle famiglie, ecco che gli arredi danno vita alle stanze, con altri murales a completare la scena. In una tridimensionalità accattivante e, allo stesso tempo, struggente. Dall’altra parte, voltando le spalle ai colori, il centro. Già, perché la chiesa più importante di ogni paese indica sempre il centro. La vediamo a distanza, in quel che rimane delle sue forme eleganti. Fino a qualche anno addietro, gli splendidi archi sopravvissuti emergevano dal nulla, tra massi ed erbaccia ed erano raggiungibili a fatica. Il pavimento della chiesa era coperto dai resti crollati per le sollecitazioni sismiche. Era difficile, per chi si fosse avventurato, restare in equilibrio. Adesso tutto è cambiato: la solerte opera di pulizia e restauro ha reso la piazza antistante e quello che fu l’interno percorribile. Alcune panchine permettono di sedersi e godersi tranquillamente il tempo che si è fermato. La scalinata è la porta d’accesso, ora che non ci sono più porte. La cattedrale, sorta sui resti di altre chiese e dedicata ai santi Pietro e Paolo, inaugurata dal cardinale Pietro Gravina nel 1826, mostra finalmente tutta la sua residua bellezza. Va accettata così, da chi non l’aveva mai vista prima, come fosse l’anima diafana di una nobiltà grandiosa. I suoi resti sono imponenti, massicci. Ne racchiudono ancora il perimetro. L’altare mostra i colori ormai sbiaditi di splendide icone. La distruzione si tocca con mano, tra la terra che il vento trasporta. Ma è allontanandosi che si respira il passato. Posando lo sguardo sulla chiesa quando la distanza ormai l’ha resa piccola, giriamo attorno a noi stessi e annulliamoci nel vuoto. Provando a rintracciare quello che avevamo visto prima. Il senso di desolazione è l’unico protagonista. I percorsi di Montevago acquistano così il fascino impotente di un paese perduto.



























