Viaggio tra i ruderi del Belìce – terza puntata

Tornando verso est, lasciando alla nostra destra la collinetta dove sorge quello che fu il Convento dei Cappuccini, si viaggia spediti per alcuni chilometri alla volta di Poggioreale Vecchia. Che, fra tutti i paesi distrutti dal sisma, rimane l’unico all’apparenza “intatto”. Questa condizione ha creato situazioni e dinamiche diverse. Preservare infatti quelli che vanno comunque considerati “ruderi” è sempre più difficile. I costi sono immensi. Così ci troviamo davanti a un “paese di fantasmi”. La sua conservazione è diventata da anni la stoica missione dell’associazione “Poggioreale antica”. Una missione ammirevole, che tra mille difficoltà pratiche e burocratiche, è riuscita quanto meno a salvare il salvabile. Poggioreale Nuova, così come Salaparuta, è stata ricostruita più a sud. Quando la strada finisce ci appare un campo di concentramento dismesso. Questa è la prima impressione per chi arriva da lontano. Un grande cancello, circondato da mura, sbarra il passo al viaggiatore. Là dentro potrebbe crollare improvvisamente un costone di muro. L’accesso viene consentito solo in occasioni speciali, perlopiù anniversari o commemorazioni. Ma entrare a “proprio rischio e pericolo” è sempre stato possibile, anche se palesemente vietato. Bisogna quindi informarsi bene prima di avventurarsi nel passato. Parcheggiata l’auto nell’ampio piazzale, approfittando di una delle rare occasioni in cui è possibile farlo, entriamo come fosse un normale sabato mattina. Di quelli precedenti la tragedia. Questa è l’idea che può regalarti un paese morto quando tutto è rimasto com’era. L’idea di un paese abbandonato. Un alieno sbarcato da Marte non si renderebbe conto di ciò che successe. Magari gli abitanti hanno deciso di trasferirsi altrove, penserebbe, per rifondarlo e ricominciare. E così il passare del tempo finisce per ultimare, a poco a poco, ciò che i danni e l’incuria hanno iniziato. Ma chi lascerebbe il proprio paese se non ne fosse costretto? Ruderi di guerra, ecco come appaiono le case di questa Poggioreale. Non a caso Giuseppe Tornatore ha scelto le rovine come set per i suoi film più famosi. Una breve sequenza in “Nuovo Cinema Paradiso” e poi una scena fondamentale ne “L’uomo delle Stelle”. Quindi le riprese per la parte finale di “Malèna”, quando alcuni ruderi vennero “imbrattati” con scritte e disegni d’epoca fascista. La profondità del paesaggio, laddove il corso Umberto I sembra spingersi verso l’ignoto, rincuora chi pensa di trovarsi solo tra un cumulo di macerie. E invece si ha subito la sensazione di come il paese mantenga la propria identità. Le proprie forme. L’antico splendore, evocato dal nome, continua a resistere alle intemperie con un nuovo fascino, con una decadenza “struggente”. Poggioreale, Poggio del Re. Ci vuol poco a capire come questo paese, appollaiato su un “poggio” tra i circostanti declivi, un tempo sia stato “regale”. Nato come borgo agricolo verso la metà del 1600, fors’anche come riserva di caccia di Francesco Morso, Marchese di Gibellina prima e poi anche Principe di Poggioreale, costituiva un buon punto “d’osservazione” per gestire i fondi circostanti che si perdevano verso l’orizzonte. Nel suo nome risiede tutta l’autostima, spesso arrogante, dei signori dell’epoca. Fatto sta che nei secoli a venire il paese ha beneficiato della propria storia, interrotta solamente dalle scosse telluriche del 1968. Il palazzo del Principe se ne sta ancora lungo il corso, tra gli edifici forse meglio conservati, mentre all’inizio della strada, all’interno del palazzo Agosta, l’associazione Poggioreale Antica allestì un piccolo museo della memoria, un tuffo in una vita che fu. Camminando lentamente, lo sguardo, che d’istinto mira in alto sui prospetti in bilico delle costruzioni, ripiomba di colpo sullo scheletro di quello che fu il civettuolo teatro, ben rifinito. Si riconoscono i palchi, aggrediti dall’erba folta, che da soli rendono l’idea di quanto fosse nobile il paese. Dalla parte opposta l’ingresso transennato della chiesa di Sant’Antonio da Padova, il Santo Patrono. Due eleganti colonne portanti che ancora resistono all’urto del tempo e, all’interno, solo rovine cadenti. Ecco, è proprio questo il triste segreto di Poggioreale: ciò che all’esterno appare invitante, all’interno nasconde tutti i disastri di un crollo. Per chi volesse poi tornare indietro percorrendo la parallela al corso, ecco il gioiellino che era la piccola chiesa di Gesù e Maria. Quel che resta basta soltanto a immaginarla. Ma andiamo avanti. Di fronte alla chiesa di Sant’Antonio le scuole. Le aule, umide di muschio, sono state rassettate dai volontari. I banchi sono stati ricomposti, come se le lezioni fossero solo temporaneamente sospese. E i bagni sgomberati dai calcinacci. Scene e ricordi, in attesa del suono della campanella. Pochi passi ancora e si spalanca la piazza. Il fiato si ferma. Piazza Elimo è ancora ridondante di colori, col cielo cangiante che la sovrasta e gli spazi che l’allungano. E quel campanile, ridotto a una disperata freccia che anela al Paradiso e che continua a perdere pezzi. Macabro avvertimento di ciò che lentamente muore. La lunga scalinata porta a ciò che rimane della chiesa Madre, solo sagome di muri e rovine. Al di là il paese si perde fra i campi, tra crepe di case sparse e nascoste. Dall’altra parte della piazza i resti di un’altra chiesa ancora, quella del Purgatorio. Più oltre il territorio scivola in discesa, segnando il limite estremo di Poggioreale. Ed è in quel momento che ci si rende conto che tutto, prima o poi, finisce. Solo un antico abbeveratoio, ancora colmo d’acqua, sembra concludere la storia. Tutt’attorno il nulla.



























