I quartieri di Santa Margherita                            

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Viaggio tra i ruderi del Belìce – quinta puntata  

I ruderi di Santa Margherita Belìce rendono bene l’idea delle geometrie urbane del paese prima del terremoto del 1968. Una catastrofe che spostò, dopo la ricostruzione, l’agglomerato principale di case alle spalle della piazza che ne costituiva il centro: piazza Matteotti, la famosa piazza “del Gattopardo”. Il paese, dopo il terremoto, si sviluppò oltre quella che era la zona periferica denominata “la Silva”, scendendo verso Menfi, a sud della s.s.188. Laddove c’era solo l’aperta campagna. Dopo aver visitato il Museo della Memoria – che sorge all’interno della vecchia chiesa madre in parte crollata e restaurata – con l’evocativa esposizione fotografica contenuta al suo interno, dando le spalle al palazzo Filangeri Cutò basta attraversare la piazza e l’arco Mauceri per trovarsi, in un ennesimo balzo temporale, tra quel che resta dei vecchi quartieri del paese. Prima del sisma un altro arco, ormai scomparso, che immetteva nel vecchio quartiere di San Vito. Allora molto popolato e ridotto adesso a una schiera di case distrutte. Sotto il primo arco, dalla fine degli anni quaranta, si accampò per tanto tempo un mercatino di cianfrusaglie e residuati bellici. Entriamo così nella Santa Margherita antecedente al sisma. Poco più di tre chilometri a est da Montevago. I due paesi, dopo la ricostruzione, sono ancora più vicini, praticamente limitrofi. Chi percorrerà la strada che li separa avrà la sensazione di non essere mai uscito da uno o entrato nell’altro. A dividere i quartieri sale, verso la croce che se ne sta alta su un belvedere, la via Calvario, utilizzata un tempo per le corse di cavalli durante la festa dei primi di maggio, dedicata al S.S. Crocifisso. Facendo riferimento alle linee così tracciate ci accorgiamo che il popoloso quartiere di San Vito se ne stava alla sinistra, mentre i quartieri di San Michele e San Calogero sorgevano dalla parte opposta. La ricostruzione sfrontata della parte bassa del quartiere San Vito, che ha deturpato il vecchio fascino dei ruderi, ha sfiorato anche casa Scaminaci, palazzo nobiliare posto lungo la vecchia via Collegio, un tempo denominata “a batìa”. Il prospetto dell’edificio inganna chi, a prima vista, pensi a un restauro completo dell’opera. Che è rimasta completamente disastrata sul retro. Assieme ai resti del rudere Casalini, di origine probabilmente catalana, sito tra le due scalinate che permettevano di accedere alla parte più alta del quartiere, casa Scaminaci rappresenta una delle opere più rappresentative dell’epoca antecedente al sisma. Degno d’attenzione anche ciò che rimane, poco più in basso, della chiesa dedicata a Santa Maria delle Grazie, custodita alla bell’e meglio tra vetrate simbolo di un’architettura avveniristica, ma allo stesso tempo dissacrante. Non ci sono altri elementi di rilievo nella passeggiata fra le strade dissestate del vecchio quartiere, tra case di tufo vecchio e arbusti di fico selvatico che, cresciuti all’interno di stanze scalcinate, sbucano fuori dalle finestre alla ricerca della luce. Gli intonaci azzurri o verde pastello appaiono e scompaiono a chi aguzza la vista, sbirciando in quella che fu l’intimità delle famiglie dell’epoca. Passando dall’altra parte, ciò che resta dei quartieri di San Michele e di San Calogero è ancora meno indicativo. Le origini arabe di Santa Margherita di Belìce, la vecchia Manzil-Sindi fondata addirittura prima dell’anno mille, sono state cancellate in quei drammatici giorni, quando la vecchia chiesa e la “lanterna”, edificate sui resti di una moschea e del suo minareto, allora esistenti nel quartiere di San Calogero, crollarono per sempre come lo spartiacque di un antichissimo passato. Sopra la strada larga che un tempo era chiamata “la piazzetta”, le case diroccate hanno fatto posto a nuove costruzioni, che emergono tra gli ampi varchi che ormai proiettano nel futuro. Delle storiche chiese – ogni quartiere ne aveva una – non restano che poche, rarissime tracce. Il cielo sembra precipitare addosso a un paese crollato oltre cinquant’anni addietro. La cosa che rende più efficace una visione d’assieme del tempo e della storia è il “panorama” che si può tranquillamente osservare dall’alto del belvedere. Ai piedi della Croce del Calvario, simbolo del paese, restaurata nel 2016, abbattuta da una tromba d’aria nel settembre del 2022 e restituita al culto dall’opera dei volontari. Da lassù i resti della Santa Margherita che fu e l’intera vallata del fiume Belìce diventano una carta geografica su cui identificare vecchi e nuovi insediamenti urbani. Un’ultima occhiata, cercando d’immedesimarsi in un’epoca già lontana per poi chiudere tra i ricordi la visione d’assieme di un dramma che, ancora oggi, appare in tutta la propria recrudescenza. La vita continua.

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