Il 17 dicembre il Tribunale di Marsalaha ascoltato l’avvocato Giuseppe Gandolfo nel processo per diffamazione aggravata che vedrebbe imputati i giornalisti del Le Iene Filippo Roma, Giulio La Monica, Giacomo Di Girolamo e Laura Agata Pulizzi. Parte civile, oltre a Gandolfo, sarebbe anche l’associazione antimafia La verità vive.

Secondo quanto riferito in aula, la vicenda avrebbe avuto origine nel febbraio 2019, quando Gandolfo, contattato per un’intervista sulla cultura della legalità, si sarebbe trovato davanti a un’intervista televisiva con le telecamere del programma Le Iene. Il colloquio, durato circa 45 minuti, avrebbe riguardato la gestione dell’associazione e i suoi compensi professionali. Il servizio trasmesso il 28 aprile 2019 avrebbe utilizzato solo una parte dell’intervista, ridotta a circa 6-7 minuti, con uno spazio di replica limitato, presentando il legale come un avvocato che cercherebbe risarcimenti nei processi di mafia per motivi economici e includendo un montaggio ironico.
Gandolfo avrebbe dichiarato di aver chiesto che l’intervista non fosse tagliata e di non aver mai ricevuto il girato completo. Avrebbe inoltre descritto conseguenze personali e professionali rilevanti, tra cui isolamento sociale, perdita di incarichi e un forte impatto psicologico.
Il legale avrebbe precisato di non aver ricoperto ruoli amministrativi in La verità vive e di aver ricevuto compensi solo per incarichi legali specifici. Avrebbe anche ricordato precedenti intimidazioni legate al suo impegno antimafia.
Un ulteriore elemento di contrasto riguarderebbe Giacomo Di Girolamo, che nel servizio avrebbe criticato l’associazione: Gandolfo avrebbe ricordato che il giornalista ne sarebbe stato in passato socio fondatore.
Il procedimento dovrebbe ora stabilire se il servizio televisivo abbia rispettato il diritto di cronaca oppure se possa configurare una diffamazione nei confronti di Gandolfo e dell’associazione.



























